L’AFRICA E IL TORNEO DI VIAREGGIO, UNA STORIA PIENA DI ANEDDOTI

Simpatia e folklore. Ogni volta che una squadra africana si presentava al Torneo di Viareggio, una delle più antiche competizioni di calcio giovanile, i giornali ricorrevano quasi sempre a queste due parole.
Come a dire, in modo politicamente corretto: dalla loro terra possono portare, ben appunto, giusto “simpatia e folklore” e nient’altro. Figli di un calcio minore, insomma. Una mentalità a lungo radicata fra gli europei.

Eppure sbagliata: è notizia di pochi giorni fa che alla settantunesima edizione della Viareggio Cup – così è stato rinominato il torneo, emigrato quest’anno a La Spezia per inagibilità dello stadio dei Pini – una formazione ghanese, il Berekum Chelsea, si è qualificato agli ottavi di finale. Uno smacco per chi continua a guardare con immotivato pregiudizio al Continente Nero.
Una bella storia, quella dei blues di Sunyani, che va ad aggiungersi alla miriade di aneddoti e curiosità legate a squadre o giocatori africani di scena a Viareggio e dintorni. Il primo capitolo lo scrive nel 1982 una mezzapunta originaria della Costa d’Avorio: François Zahoui, ingaggiato dall’Ascoli di Costantino Rozzi, diventa il primo straniero a partecipare alla (fu) Coppa Carnevale con una formazione italiana.

L’anno seguente tocca finalmente a un’intera rappresentativa proveniente dall’Africa: è la nazionale Under 21 dell’Algeria, presentata ufficialmente con il nome di Algeri – una licenza poetica che in precedenza era toccata anche alla coeva selezione messicana.
Il risultato è lo stesso della nazionale maggiore al Mondiale di Spagna dell’estate precedente – eliminazione al primo turno – ma maturata in maniera assai meno dignitosa, con tre sconfitte in altrettanti incontri e nove gol incassati. Nel 1984, dopo le tennistiche goleade subite per mano di Fiorentina e Torino, arriva almeno la prima vittoria dell’Algeri: il 2-1 contro l’Eintracht Francoforte è inutile ai fini della qualificazione ma ha il merito di allontanare qualche stereotipo sul conto del calcio africano.

Chi si deve ricredere e deve anzi ringraziare una formazione proveniente dal Kenya è l’Inter nell’edizione del 1986: l’inaspettato successo del Nairobi sui ben più attrezzati uruguaiani del Nacional Montevideo nell’ultima giornata della fase a gironi è decisiva per il passaggio del turno dei nerazzurri grazie alla miglior differenza reti. E siccome il calcio sa raccontare storie meravigliose, l’Inter andrà addirittura ad alzare il trofeo.

Per rivedere in riva al Tirreno una squadra africana c’è da aspettare tredici anni. E da quel momento a Viareggio si affacciano formazioni o rappresentative dal Ghana, dal Sudafrica, dal Senegal, dalla Nigeria.
Nel 2004, con la presenza del Cameroon Douala allenato dall’italiano giramondo Stefano Cusin, si registrano anche i primi casi di un brutto fenomeno: i giocatori vengono avvicinati da più o meno sedicenti procuratori che promettono loro provini o ingaggi nel calcio che conta. Si parla di uno scambio di numeri di telefono e, soprattutto, di denaro.
Tre ragazzi lasciano il ritiro di Bucine e fanno sparire le loro tracce: uno di loro, Daniel Maa Boumsong, richiede asilo politico e si becca una sospensione. Terminata la squalifica, viene tesserato dall’Inter con cui partecipa al Torneo nell’anno in cui l’Italia vince i Mondiali in Germania.

Ma facciamo un passo indietro di dodici mesi. È il 2005 e a Viareggio tocca per la prima volta a una formazione dello Zambia: è l’Afrisports Pharco, sponsorizzata per l’occasione dall’omonima azienda farmaceutica che dona 576 milioni di kwacha (oltre 50 mila euro) e due set di completini.
A guidare la delegazione è nientemeno che Kalusha Bwalya, il più grande calciatore zambiano di ogni epoca rimasto celebre per la tripletta che umiliò la nazionale olimpica azzurra ai Giochi di Seul. Il pareggio contro il Siena è un’illusione: l’Afrisports cede a Maccabi Haifa ed Empoli salutando anzitempo la competizione.
Quattro giocatori di quella squadra –Kennedy Mweene, Francis Kasonde, Rainford Kalaba e Felix Katongo – saranno sette anni dopo fra i protagonisti dello storico trionfo in Coppa d’Africa a Libreville, a brevissima distanza dalle acque dove, il 27 aprile 1993, s’inabissò un velivolo che trasportava la nazionale zambiana.

Se si parla di Continente Nero e Torneo di Viareggio, però, non si può non parlare di Paolo Berrettini: il tecnico di Narni ha portato in Versilia i senegalesi dell’As de Cambérène e la rappresentativa Under 17 congolese. Specie nel primo caso l’esperienza è di quelle indimenticabili. Nel bene, ma anche nel male.
I ragazzi di Berrettini non superano la prima fase anche se escono a testa alta mettendo in difficoltà l’Anderlecht e la Roma: fra la seconda e la terza gara, durante la sfilata dei carri del Carnevale, otto calciatori lasciano i passaporti in albergo e si danno alla fuga. Due di loro vengono recuperati, gli altri sono irreperibili: la notizia finisce sui giornali di tutta Italia e Berrettini ne approfitta per invitare i sei fuggiaschi a tornare. Qualcuno si è rifugiato su al Nord, un altro ha addirittura ripiegato in Spagna. Un mistero mai risolto.

La storia dell’Africa alla prestigiosa competizione giovanile è costellata di tanti altri aneddoti. Da Viareggio è passato, tanto per dirne uno, Pierre-Emerick Aubameyang: nella Primavera del Milan il centravanti gabonese giocava con Darmian, Paloschi e il figlio di Carlo Ancelotti. Ed è stato il terzo fratello di famiglia a disputare il torneo dopo Catilina e Willy, tutti rigorosamente in rossonero. Poi c’è stato il nigeriano Obafemi Martins, vincitore con l’Inter nel 2002.

E il Torneo è stato il vero trampolino di lancio del marocchino Omar El Kaddouri: corre l’anno 2008 e il futuro centrocampista di Torino e Napoli milita nell’Anderlecht.
Basta poco per attirare l’attenzione di numerosi agenti Fifa, che assediano l’albergo dove alloggiano i belgi una volta saputo che El Kaddouri non ha ancora un contratto da professionista. L’Anderlecht decide allora di farglielo firmare al rientro in Belgio, ma quando si tratta di formalizzare l’accordo con la famiglia arriva una brutta sorpresa: El Kaddouri si è nel frattempo accasato al Brescia.
Grandi nomi, insomma, ma anche le immancabili meteore. Come il somalo Ayub Daud: a suon di reti trascina la Juventus, in cui in attacco fa coppia con Ciro Immobile, al trionfo nel 2009. Sembra il primo botto di una carriera sfavillante, e invece sarà solo un fuoco di paglia.

Adesso la curiosità è tutta per i ragazzi del Berekum Chelsea, legato all’omonimo club inglese, che puntano a superare il primato stabilito tre anni fa dai congolesi dell’Ujana: è stata la prima formazione africana a qualificarsi per la fase a eliminazione diretta, oltretutto da vincitori del girone davanti a Milan, Ascoli e Cagliari. Un traguardo che i giocatori festeggiarono negli spogliatoi con una frenetica e contagiosa danza. E ora si punta a riscrivere la storia.

Credits
Berekum Chelsea ©Dallara Marco Photography / Cgc Viareggio
Tutte le altre foto ©Cgc Viareggio