SOWETO DERBY, STORIA DI UN TRADIMENTO ANNUNCIATO

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Non c’è di mezzo la religione come nella “guerra santa” calcistica tra Rangers e Celtic, né tantomeno ci sono questioni politiche in ballo come tra Barcellona e Real Madrid, o culture e tradizioni millenarie da preservare come nell’accesissimo Derby Intercontinentale tra Fenerbahçe e Galatasaray. All’origine della rivalità tra Orlando Pirates e Kaizer Chiefs c’è un altro tradimento. O meglio una scissione.

Era il 1970 quando Kaizer Motaung, ex idolo degli Orlando Pirates al rientro da un’avventura nella NASL statunitense, decise di fondare una squadra tutta sua: l’idea, infatti, era quella di accogliere tutti quei giocatori scartati per svariati motivi dai Bucanieri.
Scelse un nome evocativo, autorevole al punto giusto e in grado di incutere timore all’avversario: li chiamò Kaizer, i capi, e poi ci aggiunse il suffisso Chiefs, prendendo liberamente spunto da Atlanta, la franchigia per la quale aveva militato negli Stati Uniti.

La rivalità con gli Orlando Pirates, il cui nome probabilmente si ispira al titolo di un celebre film di Errol Flynn, era inevitabile. Fondati nel 1937 a Soweto (contrazione di South Western Townships), la più grande township di Johannesburg e del Sudafrica, durante il periodo dell’apartheid i Bucanieri erano stati un punto di riferimento per la comunità nera, una sorta di simbolo contro la segregazione razziale.
D’altronde lo scenario sudafricano del tempo era inequivocabile. Anche a livello sportivo bianchi e neri si ritrovavano separati da un’assurda barricata ideologica chiamata apartheid: mentre gli sport dei coloni, come cricket e rugby, venivano praticati quasi esclusivamente dalla popolazione bianca, in netta minoranza, il calcio era lo sport preferito dalla maggioranza rappresentata dalle persone di colore.

Gli effetti dell’apartheid si sarebbero fatti sentire anche sul calcio: per anni in Sudafrica, infatti, si sono giocate leghe parallele, costruite sulla base di criteri razziali. E anche la stessa federazione, ma sarebbe meglio usare il plurale (la SASF, quella ad impronta multirazziale, e la SAFA, quella di riferimento dei bianchi), ne avrebbe pagato le conseguenze, venendo a lungo isolata dalla FIFA.
L’occasione per il primo incontro tra gli “scissionisti” del Kaizer Chiefs e la “casa madre” degli Orlando Pirates fu fornita dalla Rogue Beer Cup qualche settimana dopo la nascita degli Amakhosi, capi in lingua zulu. Fu una partita incredibile, piena di emozioni e colpi di scena. La scintilla ideale per lo scoppio della nuova rivalità, diventata oggi una delle più sentite e colorate del panorama africano:

“Siamo probabilmente l’unico Paese in cui il Parlamento si ferma per il derby”,

ha scherzato una volta Kaizer Motaung, fondatore e presidente degli Amokhasi.
I Kaizer Chiefs, appena nati, ne rifilarono quattro ai Pirati, ma non bastò: la gara finì 6-4 per gli Orlando Pirates, con Percy Chippa Moloi passato alla storia come il primo, storico marcatore del Big Soweto Derby.

Negli anni a venire, di personaggi leggendari come lui ne sarebbero transitati tanti da ambo le sponde di Soweto. Lucas Radebe, storico capitano dei Bafana Bafana, ad esempio, prima di fare le fortune del Leeds United ha cominciato la sua parabola calcistica con i Kaizer Chiefs, anche se inizialmente ha fatto il portiere e il centrocampista, prima di trovare il suo posto nel mondo come difensore centrale.
Ephraim Matsilela Sono, affettuosamente soprannominato Jomo per via delle sue doti da leader (come Kenyatta, il celebre leader kenyota), invece, è sempre stato sicuro di essere un attaccante estroso. Prima di tentare l’avventura nella NASL come Motaung, ha segnato valanghe di reti con gli Orlando Pirates, ma con i Kaizer Chiefs sembrava avere un conto aperto: con nove reti segnate agli Amokhasi, infatti, è ancora oggi il miglior cannoniere dei Bucanieri nel derby.

Come i Chiefs con Pule Ace Ntsoelengoe (poi volato anche lui negli States), diciannove gol nella grande classica al servizio dei Capi, i Pirati non potevano fare a meno di Sono. Ma il trasferimento negli Stati Uniti, concretizzatosi nel 1977, aveva anche altri significati oltre a quelli di natura economica per il leggendario numero dieci dei Pirates, forse il giocatore sudafricano più forte di tutti i tempi:

“Abbiamo portato la bandiera del popolo sudafricano all’estero. La percezione degli afrikaneer bianchi è che l’uomo nero non può fare nulla. E allora siamo andati dall’altra parte del mondo e abbiamo dimostrato che i neri possono giocare a calcio”.

Eppure c’era chi lo faceva penare. Prendi ad esempio il leggendario numero uno dei Chiefs Motsau Joseph Setlhodi, un vero incubo per i Bucanieri tra gli anni ’70 e ’80, non solo per le sue qualità tra i pali. Formidabile rigorista, Banks, come lo soprannominavano, è ad oggi l’unico portiere-goleador della storia del Soweto Derby.

Credits
Copertina e Foto 1 ©goal.com
Foto 2 ©thesefootballtimes.co

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