MOHAMED KALLON, IL TOTEM DELLA SIERRA LEONE

Negli anni Novanta, il fragilissimo equilibrio sociale ed economico che reggeva la Sierra Leone collassò improvvisamente: il disagio della popolazione per trent’anni di politiche clientelari e sfruttamento delle risorse naturali per arricchire una ristretta élite a discapito del bene collettivo si coagulò intorno al Fronte Rivoluzionario Unito.
Un gruppo ribelle di guerriglia che, con l’intento di rovesciare lo status quo, insanguinò la costa occidentale dell’Africa con una sporca guerra civile, scandita da terribili efferatezze.

Tra il 1991 e il 2002, in Sierra Leone morirono 50.000 persone, 257.000 rimasero coinvolte negli stupri di massa, 250.000 bambini imbracciarono le armi e altre centinaia di migliaia subirono mutilazioni.
Durante questo incubo si continuò a giocare a calcio e, paradossalmente, la Nazionale ottenne i suoi migliori risultati di sempre: le uniche due apparizioni in Coppa d’Africa nella storia delle Leone Stars risalgono al 1994 e al 1996, così come gli unici due titoli nel loro palmares, le due coppe Amilcar Cabral vinte nel 1993 e nel 1995.

In quegli anni, tra i pilastri della squadra c’era il difensore Kemokai Kallon, fratello minore del meno quotato Musa Kallon. Quello forte della famiglia, però, era il terzo.
Mohamed, nato nel 1979, iniziò prestissimo la propria carriera, rompendo un record dopo l’altro: nel 1994, a soli quindici anni, debuttò nella massima serie con uno dei club più popolari del paese, gli Old Edwardians di Freetown, diventando il più giovane giocatore della storia a segnare nel campionato locale.

A sedici anni e tre mesi, invece, partecipò alla Coppa d’Africa ’96 in Sudafrica e all’ultimo minuto dell’esordio contro il Burkina Faso, a Bloemfontein, segnò il gol vittoria, ancora oggi la rete più giovane nella storia della competizione. Small Kallon, il piccolo, era l’enfant prodige del calcio nazionale. Presto, si accorsero di lui anche all’estero: prima andò a giocare in Libano, poi in Svezia, dove l’allora dirigente dell’Inter Sandro Mazzola lo notò durante un torneo giovanile. Era il 1995.

Prima di vestire la maglia nerazzurra, Mohamed Kallon fece un lungo apprendistato nella bassa Serie A, poi, nel 2001, capitò in un’Inter su misura per lui.
Era un attaccante rapido e con grande attitudine al sacrificio, perfetto per il modo di intendere il calcio di Héctor Cuper. Il 4-4-2 dell’Hombre Vertical, più solido che spettacolare, partiva da un ferreo equilibrio difensivo e puntava tutto sui gol della coppia di centravanti più forte al mondo, Vieri-Ronaldo.
Quando però sia Luiz Nazario che Bobo vissero una stagione tormentata a causa dei problemi fisici, Kallon diventò titolare inamovibile. Segnò 9 gol e formò con Nicola Ventola un’inaspettata coppia d’attacco che trascinò l’Inter in testa alla classifica, fino all’epilogo del 5 maggio 2002.

Nei momenti decisivi delle due stagioni più sfortunate della storia recente nerazzurra, Kallon comparve in due istantanee: l’ingresso in campo al posto di un Ronaldo in lacrime, nel finale di Lazio-Inter, e il tiro parato da Abbiati nel derby in semifinale di Champions con il Milan.
A 24 anni, però, la sua carriera si bloccò all’apice: chiamato all’antidoping, venne trovato positivo al nandrolone e fu squalificato per otto mesi. L’Inter lo scaricò, al Monaco non riuscì a ripetersi e nel giro di due stagioni si ritrovò a vincere la Champions League asiatica all’Al Ittihad, da capocannoniere: l’ultimo acuto di una carriera da calciatore che sfumò fino a diventare un aspetto quasi marginale della sua figura.

Nel 2002, infatti, pagò 30.000$ in contanti per acquistare il vecchio Sierra Fisheries, squadra che negli anni Ottanta aveva vinto tre campionati e soltanto due anni prima era stata rinominata Kallon FC in onore del suo futuro proprietario. “È un modo per restituire al mio Paese quello che ha fatto per me” disse a Il Giornale in un’intervista del 2013.

“Ci prendiamo cura delle giovani promesse, ma soprattutto le allontaniamo dalla strada”.

La guerra civile aveva costretto alla fuga due milioni di persone (la popolazione della Sierra Leone è di circa sei milioni); il 57% di chi è rimasto, invece, viveva con meno di un dollaro al giorno in uno Stato irreversibilmente segnato dal conflitto.
Il Kallon FC aiutò moltissimi ragazzi e diventò l’accademia più importante del calcio nazionale, da cui sbocciarono tantissime future Leone Stars, tra cui l’ex Milan Rodney Strasser, Mohamed e Teteh Bangoura e l’ex Partizan Medo Kamara. Il fine di Mohamed Kallon era investire nel suo Paese, e lo fece anche al di fuori del campo, aprendo una stazione radiofonica, due giornali, uno studio di registrazione, locali e hotel, oltre a una fondazione di beneficenza per aiutare i bambini locali.

Il suo focus, però, è sempre rimasto il calcio. Fin da quando era in attività, alternandosi tra la panchina e il campo del Kallon FC (che nel 2006 vinse il suo primo campionato dopo il passaggio di proprietà), ingaggiò una strenua battaglia contro i vertici del calcio sierraleonese.
Nel 2007, insieme ad altri compagni di nazionale che giocavano in club esteri, boicottò la gestione di Nahim Khadi, presidente della Sierra Leone Football Association accusato di corruzione e incriminato anche dal Ministero dello Sport.

Sei anni più tardi, decise di proseguire la lotta per riformare il calcio del proprio Paese in prima persona, candidandosi alla presidenza della SLFA: l’avversario principale era Isha Johansen, donna d’affari figlia del co-fondatore degli East End Lions, uno dei club sierraleonesi più popolari e vincenti.
Di fatto, la corsa ai vertici del calcio nazionale non iniziò mai: Kallon venne estromesso per non aver avuto alle spalle cinque anni consecutivi di residenza in Sierra Leone al momento della candidatura, e Johansen ebbe via libera. La decisione fece infuriare l’ex attaccante dell’Inter, che accusò l’intero sistema di ingratitudine.

Quando, però, Isha Johansen si ritrovò al centro di accuse di corruzione e cattiva gestione da parte del governo, Kallon cavalcò l’onda e con il suo club si schierò tra le 11 squadre di Premier League che si rifiutarono di prendere parte al campionato sotto il suo esecutivo, dando vita a una lega clandestina durata solo pochi mesi.

La situazione, nel giro di poco tempo, degenerò: in Sierra Leone non si giocava a calcio dal 2014, quando le attività vennero interrotte a causa dell’epidemia di Ebola che aveva colpito l’Africa occidentale.
Il blocco dei campionati, seguito anche da uno stop dei finanziamenti da parte della Fifa, causò il danno maggiore a tutti i giovani calciatori della Sierra Leone, che persero la possibilità di migliorare la propria condizione sociale grazie al calcio.

La situazione di stallo, per fortuna, si risolse: “Vogliamo fare gli interessi dei ragazzi più deboli”, disse Kallon alla BBC. “Anche io ho commesso degli errori, abbiamo voluto dimostrare che senza di noi il gioco non sarebbe potuto andare avanti”.
Ora, finalmente, in Sierra Leone si gioca di nuovo a calcio: dopo nove giornate il Kallon FC è primo in classifica imbattuto, con tre punti di vantaggio sugli East End Lions che però hanno una partita in meno. Nel frattempo, il suo presidente allena la Nazionale U-17 delle Leone Stars: qualunque sia il suo ruolo, sulla mappa calcistica dell’Africa nessuno rappresenta la Sierra Leone come Mohamed Kallon.

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Nazionale Sierra Leone ©Fifa.com
Ventola e Kallon ©Ilneroelazzurro.com
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Isha Johansen ©Sierraloaded.net