SALAH MOHSEN, IL GIOIELLO DEL NILO

Delicato e tenace come il cotone lavorato a Zagazig, centro urbano situato nel cuore del Delta del Nilo. La fibra di Salah Mohsen, per molti l’astro nascente del calcio egiziano, è sempre stata intrecciata alla sua terra, a quella città natale capoluogo del Governatorato di Sharqiyya e fulcro per l’industria tessile della Repubblica.

Terra intesa pure come il fondo su cui sorge lo stadio universitario, altro simbolo dell’ambivalenza di questo giovincello smilzo che marina la scuola con il pallone sottobraccio e gli occhi fissi sui campi dell’El Sharkia Sporting Club, la squadra locale. Lo sguardo, tanto sognante quanto attento, di chi non vuol sentir ragioni, neanche di fronte alle ramanzine di un padre severo ma attento a non affossare le aspirazioni di un bambino indubbiamente portato per il football. Un’attitudine che non sfugge nemmeno ad Abdul Hamid El-Ajouz che il professionismo l’ha abbracciato a piene mani, figurando in varie rose della massima divisione nazionale, e che oggi gestisce una piccola accademia sportiva a Il Cairo, l’El Wadi Nile.

Salah Mohsen possiede un’agilità fuori dal comune, è rapido e semina con eleganza gli amici del villaggio in cui è nato, il primo settembre del 1998, e cresciuto. Qualità vistose, sprecate per il gioco di strada; difatti, dopo averlo seguito e allenato per due anni, El-Ajouz lo propone a una delle sue vecchie squadre, l’ENPPI, e la risposta della società della capitale è positiva.

L’ex giocatore è talmente convinto che il suo pupillo farà carriera che si assicura una postilla nel contratto per ottenere una percentuale su una futura rivendita. Una certezza che, a volerla dire tutta, non è propriamente condivisa. Sebbene Salah Mohsen militi spesso e volentieri in una categoria superiore a quella d’appartenenza, la sua maturazione corporea resta lenta e i tecnici del settore giovanile neroblù lo utilizzano con cautela. Temono per la sua integrità e in parte hanno ragione: durante un incontro amichevole, in un contrasto, si frattura il piede sinistro e l’intervento chirurgico richiede una saldatura con ben sette viti.

Il periodo della riabilitazione è duro. In un’intervista ad Al-Fajr Sports, il fratello maggiore Ibrahim racconta di quanto in quei mesi il piccolo di casa fosse nervoso e sua madre perennemente in ansia. Quella della donna è una figura onnipresente nella vita del figlio calciatore. Erano insieme anche il giorno in cui furono coinvolti in un incidente stradale dopo una sessione di allenamento: lei finì in ospedale con gravi ferite, lui, saltato in tempo dal mezzo di trasporto, miracolosamente illeso.

“Dobbiamo ringraziare Dio”,

aggiunge Ibrahim ed è una frase che ritorna spesso nei discorsi di famiglia, quasi a voler sottolineare, semmai ce ne fosse bisogno, le difficoltà incontrate dal talentino, fragile nel fisico ma mentalmente forte, soprattutto in campo. L’elasticità muscolare, l’abilità nel gioco aereo e la cattiveria in area di rigore vincono sulle sventure e le obiezioni degli scettici, fra cui non figura di certo Sayed Yassin. “Quando aveva quattordici anni lo schierai titolare contro l’Al-Ahly. Era la sua prima volta contro Il Castello Rosso: vincemmo 3-1 e timbrò una doppietta”.

Un exploit ripetuto nel 2016, quando il numero 30 del Petroleum Team, ancora una volta sotto età, rifila un tris a domicilio ai quotati avversari (1-4 il finale), fra colpi di tacco, passaggi smarcanti e giocate da leader, le stesse che consentono all’ENPPI di vincere il titolo U20 nella stagione successiva. Sono indizi che fanno una prova: è pronto per il debutto con i grandi. Il battesimo arriva nel finale di gara con il Tanta FC (campionato 2016/17) e, pochi mesi più tardi, nella prima da titolare iscrive il proprio nome nell’albo dei marcatori della Egyptian Premier League, ripetendosi altre due volte, una delle quali con l’Al-Ahly (in totale saranno 10 nelle prime 30 partite con la formazione A, coppe escluse).

E siccome, dice la massima, è meglio allearti con chi non puoi battere, i Diavoli Rossi se ne sono assicurate le prestazioni lo scorso gennaio, battendo la concorrenza dello Zamalek, che aveva presentato un’offerta migliore, accendendo così una lunga disputa verbale, con Abdul Hamid El-Ajouz sullo sfondo a reclamare, con tanto di documenti alla mano, il 20% della somma totale del trasferimento, salito a 35 milioni di sterline egiziane, pari a 1,6 milioni di euro. Mai nessuno aveva speso così tanto nel mercato interno. Le aspettative esagerate sul suo conto e qualche infortunio di troppo fanno sì che l’impatto di Salah Mohsen sia tutt’altro che devastante: 7 presenze, 3 da subentrante, 2 reti, un assist ma nessun ripensamento.

“Ogni calciatore si augura di giocare per l’Al-Ahly e ho espresso all’ENPPI il mio desiderio di unirmi a loro”,

aveva detto al momento della firma ai microfoni di DMC Sport, dopo aver rispedito al mittente l’interesse di numerosi club europei, su tutti quello del Marsiglia e del Borussia Dortmund. Una volontà chiara e precisa, effetto di una sicurezza che ha leggermente vacillato a contatto con un ambiente nuovo, ambizioso sì come il ragazzo ma decisamente competitivo, stressante.

Paga qualche limite tattico e un’attitudine individualista e pertanto fatica a trovare la collocazione adeguata negli scacchieri abbastanza rigidi di Hossam El Badry e, da giugno scorso, di Patrice Carteron, posta anche la concorrenza spietata con Walid Azaro, capocannoniere del passato campionato egiziano. Per questo non è sembrata ingiustificata la veemenza con cui ha scagliato la palla alle spalle di Khadim N’Diaye, portiere dei guineani dell’Horoya, nel 4-0 che è valso all’Al-Ahly la semifinale di CAF Champions League. Un diagonale di destro (il primo gol internazionale e il numero 800 del club nella manifestazione) che balza all’occhio così come una serie di movimenti che puntano maggiormente sulla coralità, risultato del lavoro che lo staff sta facendo per consentirgli l’inserimento progressivo e in pianta stabile nella squadra, senza perderne smalto nei sedici metri finali.

Per farla breve, meno centravanti “affamato” di profondità e più punta di raccordo, capace di spezzare la linea offensiva e offrirsi come sponda, sfruttando un’interessante naturalezza nel gioco di prima e la tecnica in corsa.

Tanto la via della rete sembra mappata nel proprio genoma, come dimostra l’uscita con la maglia dell’Egitto del neo CT Javier Aguirre: entra quindici minuti contro il Niger e subito nella top ten dei marcatori più giovani dei Faraoni, accanto a Mahmous El Khatib, Mido, che lo ha definito “il futuro dell’attacco della Nazionale”, Ramadan Sobhi e a quel Mohamed Salah a cui tanti, un po’ erroneamente, lo paragonano. Di simile però c’è una destinazione: Liverpool. Momo ci è arrivato dopo aver macinato svariati chilometri, dalla Svizzera all’Italia, Salah Mohsen non ha negato mai di volerne seguire le orme, sempre a tempo debito.

Ora c’è un campionato da onorare, una coppa da sollevare al cielo come fece Aboutrika un lustro fa e una famiglia con cui passare i momenti di relax, viziato dalla mamma con gli amati mahshi, un piatto a base di carne e verdure. L’Europa può attendere. Lì, oltre la foce del Nilo, dopotutto non è così distante.

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Copertina ©YouTube
Foto 1 (Zagazig) ©Wikipedia
Foto 2 (Salah Mohsen, Al-Ahly) ©news101.co.za