Robert Mensah, il portiere dal cappello magico

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A Kinshasa, Il 24 Maggio 1971, Asante Kotoko e TP Englebert, l’odierno Mazembe, si giocano la finale di ritorno della Coppa dei Campioni d’Africa: all’andata è finita 1-1. Per i ghanesi non è una partita come le altre.
I Porcupine Warriors, del resto, non potevano dimenticare l’ingiustizia subita quattro anni prima, quando in finale avevano incontrato per la prima volta il TP Englebert, pareggiando sia all’andata che al ritorno: di sua spontanea volontà, per dirimere la questione, l’arbitro aveva scelto di affidarsi al destino, programmando il lancio della monetina per il giorno successivo.

LA CAF, che non poteva tollerare una soluzione del genere, però, l’aveva annullata, decidendo di far disputare tra le due squadre una terza gara di spareggio, ma nel farlo si era incredibilmente dimenticata di avvisare l’Asante Kotoko: non informati del cambio di programma, naturalmente, i ghanesi non si erano presentati all’appuntamento decisivo e il TP Englebert aveva vinto la coppa a tavolino, scatenando l’ira della formazione di Kumasi.

Due anni dopo, a Kinshasa, l’Asante Kotoko è in cerca di una rivincita. L’unica preoccupazione dei soldati dell’esercito congolese, però, non sembra essere quella di tutelare l’ordine pubblico, ma a spaventarli è un oggetto apparentemente innocuo: il berretto di Robert Mensah, il leggendario portiere dell’Asante Kotoko e del Ghana. Irriverente, senza peli sulla lingua, Mensah era un tipo fumantino. Agiva per reazione e se ne fregava delle conseguenze: se scattava una rissa lui era tra i protagonisti. Ma soprattutto era un grande portiere, dai riflessi felini e con un vezzo particolare che lo aveva reso famoso in tutto il continente: non si separava mai da quel berretto.

Negli anni precedenti, in tutta l’Africa occidentale, si era diffusa una voce: il berretto di Mensah, secondo le dicerie popolari, avrebbe avuto dei poteri magici e sarebbe stato addirittura un talismano juju, una delle più diffuse forme di magia nera africana.
Per questo i soldati hanno l’ordine di sequestrarlo e distruggerlo, ma inizialmente Mensah non ne vuol sapere. Poi, secondo la leggenda, un vecchio saggio lo chiama a sé e gli mette una mano sulla spalla, ricordandogli un vecchio adagio ashanti: “Noi non fuggiamo, noi sappiamo soltanto combattere”, gli sussurra a bassa voce, riuscendo a convincerlo a lasciare il cappello ai militari.

Mensah, probabilmente, in quel momento deve sentirsi come un Sansone senza capelli, privo di forza, ma in campo le cose vanno come meglio non potrebbero: lui para un calcio di rigore in un momento cruciale e l’Asante Kotoko consuma la propria vendetta, imponendosi 2-1 e conquistando la Coppa dei Campioni d’Africa.
Finalmente una gioia per Robert, dopo le due finali di Coppa d’Africa perse con il Ghana nel 1968 e nel 1970. Perché si, nonostante sia stato una delle icone della generazione dorata del Ghana degli anni ‘60, Robert Mensah non ha vinto nulla con la nazionale.

Anzi, qualche mese dopo il trionfo con l’Asante Kotoko, è stato risucchiato dal dramma sportivo della mancata qualificazione alla Coppa d’Africa 1972, venendo indicato dalla stampa come uno dei responsabili della fatale sconfitta con il Togo: “Il giorno in cui il Ghana si è fermato”, titolano all’indomani i principali quotidiani.

Una notizia ancora più scioccante, però, sconvolge il popolo ghanese qualche mese più tardi: Robert Mensah, l’uomo col berretto magico, è morto durante una rissa scoppiata in un bar di Tema, accoltellato da un manipolo tifosi probabilmente inferociti per la mancata qualificazione alla Coppa d’Africa.

Credits
Copertina ©These Football Times

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