Liberia-Sierra Leone, molto più di una partita

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Nel pomeriggio italiano, con il fischio d’inizio delle prime tre sfide del primo turno, è cominciata la lunga corsa al Mondiale delle nazionali africane.

Il meccanismo, dal quale usciranno le 5 ambasciatrici dell’Africa al prossimo Mondiale, è piuttosto intuitivo: dopo un primo turno ad eliminazione diretta a cui prenderanno parte le 28 squadre con il ranking più basso, 40 nazionali (14 vincitrici del primo turno più le 26 meglio quotate) parteciperanno alla fase a gironi distribuite in 10 gironi da 4. Solo alla fine, tra più di due anni, avranno luogo i 5 spareggi conclusivi in cui saranno impiegate le 10 trionfatrici di ogni girone: le vincenti voleranno in Qatar con l’onore e l’onere di rappresentare il continente africano alla prossima rassegna iridata.
Si tratta, per quanto riguarda il format, di un ritorno al passato: con la stessa formula, infatti, si erano disputate le eliminatorie verso Brasile 2014.

Al primo turno si affrontano le 28 squadre con il ranking FIFA più basso, vale a dire quelle tatticamente e tecnicamente più modeste dell’intero continente, ma non per questo mancheranno incroci interessanti, con diverse questioni anche sociali e geopolitiche in ballo.

In programma, ad esempio, ci sono gare come Ciad-Sudan, due Stati arrivati nel recente passato a rompere le relazioni diplomatiche per sospetti reciproci d’ingerenza negli affari interni, o Burundi-Tanzania, che si affrontano a pochi giorni da un controverso accordo raggiunto dai due governi per il rimpatrio dei rifugiati burundesi al frenetico ritmo di 2 mila a settimana.
Ma a spiccare soprattutto è il derby tra Liberia e Sierra Leone, due microcosmi calcistici situati nella guancia occidentale dell’Africa, saliti alla ribalta continentale negli anni ’90 grazie alla presenza di stelle come George Weah e Mohamed Kallon, prima di precipitare nuovamente nell’oblio.

Nello stesso periodo questi due Paesi, nati con lo scopo di offrire una patria agli schiavi liberati, sono stati martoriati da sanguinose guerre civili e hanno vissuto innumerevoli fibrillazioni lungo il confine, causate perlopiù dalle ingerenze dei signori della guerra liberiani nelle faccende politiche sierraleonesi.
Adesso, però, grazie anche alla stipula nel 2007 di un patto di non aggressione reciproca, le relazioni tra i due vicini sono tornate cordiali, anche se negli scorsi giorni l’ambasciatore sierraleonese a Monrovia ha espresso qualche preoccupazione per l’arrivo in Liberia di numerose carovane di tifosi al seguito delle Leone Stars, lamentando di non essere stato avvisato dal Ministero degli Affari Esteri: “Ci occuperemo di accogliere i tifosi sierraleonesi, invitandoli a rispettare la legge liberiana e a mantenere l’ordine“, ha spiegato l’ambasciatore, prima di pronosticare un successo per 2-1 delle Leone Stars.

La Sierra Leone ha vinto solo 3 dei 15 incontri giocati con la Liberia, l’ultima volta nell’ormai lontano 2005, ma la previsione dell’ambasciatore non sembra avventata o inquinata dal tifo. Attualmente, infatti, le Leone Stars conservano un vantaggio di quasi 40 posizioni nel ranking FIFA rispetto all’ex nazionale di George Weah. E c’è di più. Il calcio sierraleonese, dopo essersi messo alle spalle la tempesta che lo ha travolto nel recente passato,  sta vivendo finalmente un ottimo periodo: negli ultimi mesi, per dire, è ripartito il campionato, con il governo che sembra aver ritrovato interesse ad investire nel calcio, intervenendo con una tanto robusta quanto provvidenziale iniezione di 350 mila dollari.

Ma soprattutto la FIFA ha dato il via libera alle Leone Stars per tornare a gareggiare a livello internazionale, cancellando il ban incassato un anno fa per l’annosa questione delle interferenze governative nella gestione della cosa calcistica: “Siamo felicissimi. Non vediamo l’ora di riprendere“, ha commentato entusiasta da Freetown Isha Johansen, la potente presidentessa federale a lungo indagata per un caso di corruzione.

Nelle ultime settimane la Sierra Leone, a testimonianza di una rinnovata ambizione, si è regalata anche un nuovo “vecchio” allenatore, richiamando in panchina il ghanese Sellas Tetteh: “Ho un conto non ancora chiuso qui“, ha scherzato alla presentazione.
Anche la Liberia, sotto questo punto di vista non è stata a guardare: la LFA ha scelto di dare al timone all’inglese Peter Butler, un giramondo navigato già visto in passato sulla panchina del Botswana, tornando ad affidarsi così ad un tecnico straniero dopo l’esonero del nostro Roberto Landi nel 2012.

In molti in passato hanno etichettato Butler come un opportunista, un uomo venale a caccia di contratti vantaggiosi, ma lui assicura: “Sono qui per dare un contributo al calcio liberiano, aiutarlo a scalare posizioni nel ranking FIFA. I soldi sono l’ultima cosa“.
L’elenco dei convocati, nei quali spicca per la prima volta il nome del centrocampista Seth Kanteh Hellberg (nato in Svezia da madre liberiana), sembra essere in linea con le intenzioni espresse nel giorno dell’annuncio: ben 20 giocatori, infatti, provengono dal campionato locale, a cui Butler ha promesso di riservare un occhio di riguardo, puntando sulla crescita dei giovani talenti autoctoni.

Credits
Copertina ©The Indipendent
Foto 1 ©Africa Rivista

 

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