HIC SUNT HISTORIAE: L’AFRICA E LE RIMONTE LEGGENDARIE

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La storia ci insegna che è possibile. Dobbiamo crederci fino alla fine, fino all’ultimo minuto”. Parlava così ai microfoni di Radio Okapi Florent Ibengé, tecnico del Vita Club, subito dopo la débacle nella finale d’andata della Confederation Cup con i marocchini del Raja Casablanca. L’allenatore congolese, timoniere da quattro anni anche dei Leopardi (la nazionale della Repubblica Democratica del Congo), infatti, conosce la storia e sa che i giochi sono ancora aperti.

I Delfini Neri sono stati schiacciati da un pesante 3-0, ma diverse volte in passato l’Africa è stata teatro di rimonte incredibili ed entusiasmanti, alcune divenute persino leggendarie. Proprio il Vita Club, quarantacinque anni fa, ad esempio, è stato protagonista di una rimonta epica in finale di Coppa dei Campioni d’Africa: sconfitti 4-2 dall’Asante Kotoko all’andata, i congolesi risalirono la corrente al ritorno e si aggiudicarono lo scettro più ambito d’Africa vincendo per 3-0 a Kinshasa.

Nulla a che vedere con quanto accaduto nel 1976, indubbiamente l’annata migliore sotto il punto di vista del pathos e delle emozioni.
Protagonista, nel bene e nel male, fu l’Hafia di Conakry, la squadra del cuore del presidente guineano Sékou Touré, prima carnefice e poi vittima di una rimonta impensabile nella vecchia Coppa dei Campioni africana.

In semifinale i guineani trovarono l’ASEC Mimosas. I campioni ivoriani erano orfani della loro stella Laurent Pokou, temibile cannoniere migrato in Francia, ma riuscirono a mettere comunque in difficoltà l’Hafia, castigandola con un severissimo 3-0, complice anche un discutibile arbitraggio.
Tutta la stampa guineana criticò ferocemente l’operato dell’arbitro zairese Kabamba parlando all’unanimità di “tragedia di Bouaké”, come se i due volte campioni d’Africa fossero già spacciati.

Effettivamente l’ASEC Mimosas era celebre per la propria solidità difensiva, garantita dalla presenza di gente come Lorognon e soprattutto Jean Baptiste Akran – soprannominato “il generale del calcio ivoriano” e famoso in tutto il Continente Nero per la pulizia dei suoi tackle – che insieme in quegli anni comandavano anche la retroguardia degli Elefanti. Insomma, una squadra ostica e difficile da perforare, figurarsi farlo ripetutamente.

Ma qualche settimana più tardi, allo stadio del 28 Settembre di Conakry, andò in scena forse la più grande partita della gloriosa storia dell’Hafia di Conakry. I campioni di Guinea presero d’assalto gli ivoriani sin dal fischio d’inizio e dopo venti minuti guidavano già per due a zero, grazie alle reti, entrambe di testa, di Ousmane “Garrincha” Bangoura e Papa Camara. Era solo l’inizio della festa: finirà 5-0, con l’Hafia in finale per la terza volta in cinque anni.

Per sollevare il trofeo, però, i fortissimi guineani dovevano superare un ultimo ostacolo: gli algerini del MC Alger.
I guineani temevano soprattutto l’attacco molto mobile e l’imprevedibilità dei funamboli algerini, gente come Bousri, Draoui e Ait Hamouda che non superava il metro e settanta di altezza, ma a Conakry sembrò tutto facile per i beniamini di casa, forse troppo: i biancoverdi vinsero 3-0 e pensarono, a torto, di avere la vittoria finale in tasca.

Due settimane più tardi, infatti, sotto gli occhi del presidente algerino, il Colonnello Houari Boumedienne, il MC Alger approfittò di una Hafia sonnecchiante e ribaltò completamente la situazione, pareggiando il 3-0 dell’andata e conquistando ai rigori la corona di campione d’Africa dopo una rimonta tanto avvincente quanto storica:

“Eravamo troppo fiduciosi e abbiamo preso questa gara troppo alla leggera”,

ha ricordato in un’intervista del 2006 Souleyman Chérif, faro dell’Hafia e della nazionale guineana in quell’epoca, ma soprattutto unico calciatore guineano ad aver vinto il Pallone d’Oro africano.

Il presidente Sékou Touré, profondamente irritato per la sconfitta, non si accontenterà di una tirata di orecchie, ma punirà la squadra spedendola per qualche giorno a Camp Boiro, un noto campo usato per torturare i dissidenti politici. L’allenatore Mondolviane, invece, sarà convocato al palazzo presidenziale per dare conto della disfatta.
Durante quell’incontro, in un’atmosfera surreale, il presidente in persona si avventurerà in discorsi tattici e gli mostrerà gli errori commessi nella gara di ritorno con il MC Alger, finendo per impressionarlo non si sa quanto spontaneamente:

“Il presidente è il miglior tecnico che la Guinea possa avere”,

confiderà sconsolato agli amici il tecnico rumeno.

Lo stesso numero di reti, tre, si trovavano a dover rimontare un anno più tardi anche gli Hearts of Oak.
Dopo aver eliminato gli egiziani dell’Al-Ahly, i ghanesi avevano perso 5-2 in trasferta con gli zambiani del Mufulira Wanderers, ma non ci stavano a darsi per vinti, almeno non senza aver prima venduto cara la pelle davanti al pubblico amico di El Wak.

Di argomenti da mettere in campo per sperare nell’impresa leggendaria ce n’erano almeno cinque, tutti schierati in avanti: il mago, Mohammed Ahmed Polo, che si completava alla perfezione con il cinico Peter Lamptey, fiancheggiati da una batteria di giocatori talentuosi come Anas “Thunder” Seidu, Mama “Bomber” Musa e Robert Hammond.
Non a caso erano conosciuti come “The Fearsom Fivesome”, il quintetto terribile, e sarebbero stati loro a regalare la finale ai Phobians, rifilando tre gol agli zambiani nel giro di mezzora: gol apripista di Seidu e poi doppietta del formidabile Peter Lamptey.

In finale, poi, avrebbero perso con i soliti guineani dell’Hafia di Conakry, autentica potenza incontrastata del calcio africano negli anni ’70, ma nessuno poteva cancellare il “miracolo di el Wak”, forse ancor oggi l’impresa internazionale più celebrata di un club ghanese.

Credits
Copertina ©africatopsports.com
Foto Hafia Conakry ©ecoguinee.com

Foto Mohammed Polo ©yahoo.com

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