La rinascita dell’Uganda è partita da lontano

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L’Uganda non poteva sognare un debutto migliore: battendo con due gol di scarto la Repubblica Democratica del Congo di Florent Ibengé, le Gru non solo si sono assicurate temporaneamente la vetta del girone A, ma sono soprattutto tornate alla vittoria in Coppa d’Africa, rompendo un digiuno lungo 41 anni.
Una lunga traversata del deserto iniziata nel 1978, dopo la finale persa con il Ghana in Etiopia, la vetta più alta mai raggiunto dal calcio ugandese, toccata però in un momento particolarmente drammatico della storia del Paese: nel pieno della sanguinaria dittatura di Idi Amin Ada. Il governo autoritario del Macellaio d’Africa, come la stampa internazionale lo ha soprannominato in maniera eloquente, ha tarpato le ali alla generazione dorata del calcio ugandese: diversi giocatori in campo nella finale con il Ghana, per dire, sono stati costretti ad arruolarsi nell’esercito, venendo impiegati in diversi fronti di battaglia, dove il povero Fred Isabirye ha addirittura perso la vita. Non a caso, dopo l’exploit del 1978, l’Uganda è calcisticamente precipitata in un coma profondo e all’apparenza irreversibile. A risvegliarla, qualificando nel 2017 le Gru alla Coppa d’Africa dopo 39 anni d’astinenza, ci ha pensato Milutin Sredojević.

Il tecnico serbo conosceva già molto bene la realtà del calcio ugandese: aveva allenato il Villa, uno dei club più blasonati del Paese, nei primi anni del nuovo millennio.
A suo tempo l’impatto con un calcio alle prese con numerosi problemi, dalle carenze a livello gestionale alla quasi totale assenza di settori giovanili organizzati, era stato quasi scioccante. Ma Micho non si era lasciato scoraggiare, posando le prime pietre di una rivoluzione senza precedenti per il calcio ugandese.
Il cambiamento, come in tutte le cose, è partito dal basso: “Quando sono arrivato ciò che mi colpì maggiormente era la totale assenza di settori giovanili organizzati. Per questo dovetti partire dalla base e organizzare per primo il settore giovanile dell’SC Villa, modello poi ripreso dagli altri club del Paese“, ci ha spiegato.

Così, quando nel 2013 è tornato a Kampala, prendendo il posto dello scozzese Bobby Williamson, Micho ha raccolto i frutti della semina iniziata tre lustri prima, compiacendosi nel vedere come i suoi insegnamenti avessero trovato applicazione, rilanciando ad alti livelli il calcio ugandese: “Quando me ne andai nel 2004 avevo già seminato i pilastri per la costruzione di una nazionale di successo. tornando, quindi, ho solamente raccolto i frutti della mia semina“, continua ancora Sredojević.

Nel processo di rilancio delle Gru, Micho ha fissato obiettivi precisi e non ha lasciato nulla al caso, stabilendo un piano di lavoro quinquennale, in accordo con tutte le componenti del suo staff e con l’appoggio incondizionato della Federcalcio ugandese presieduta dal presidente Magogo.
L’obiettivo era chiaro: “far sì che non solo l’Uganda potesse tornare a qualificarsi per la Coppa d’Africa, ma che potesse farlo costantemente anche quando me ne sarei andato”.
I risultati non si sono fatti attendere: il serbo ha portato nel 2015 le Gru a vincere la Coppa CECAFA, una competizione riservata alle compagini dell’Africa centro-orientale, e a fare 9 punti in un girone di qualificazione ai Mondiali di Russia con squadre come Egitto, Ghana e Repubblica Democratica del Congo.
Ma, soprattutto, ha centrato l’obiettivo per cui era tornato in Uganda.

L’Uganda è una delle nazioni più giovani del mondo: ha una popolazione che supera i 40 milioni di abitanti e circa il 75% di questi ha meno di 40 anni. Questo significa che “tutte queste persone erano nate e cresciute in Uganda senza aver mai ascoltato il loro inno in una Coppa d’Africa e quando ciò è successo è stato l’apice di un immenso e sfiancante lavoro di 5 anni”, ricorda Micho, che poi si sofferma sulle qualità dei calciatori ugandesi. “Sono molto attaccati alla maglia che rappresentano, sono molto patriottici e difendono la nazionale fino allo stremo. Sono lottatori, ascoltano, apprendono in fretta e sono disposti a portare a termine qualsiasi piano tattico”.

Chiaramente, come conferma Sredojević, molti vedono nel calcio un’occasione di riscatto sociale e questa è spesso una motivazione ulteriore e decisiva che accompagna le loro qualità calcistiche. Come quelle di Farouk Miya, centrocampista offensivo del NK Gorica ed ex giovane prospetto dello Standard Liegi, che Micho ha raccolto da scuola e portato agli allenamenti della nazionale e per cui l’allenatore serbo è stato “un padre, un insegnante e per ultimo un allenatore che voleva tirarne fuori il meglio”.
Miya è insieme ad Emmanuel Okwi eal capitano Dennis Onyango, considerato il miglior portiere del continente africano (tra quelli che militano in Africa), uno dei leader dell’ un’Uganda arrivata in Egitto con un obiettivo preciso: dare seguito alla rivoluzione di Micho Sredojević.

Il serbo adesso siede sulla panchina degli Orlando Pirates, ma farà il tifo per le Gru del francese Sébastien Desabre, il successore che ne ha raccolto il testimone dopo un breve interregno di Moses Basena,  “Non vivo più in Uganda, ma il mio cuore e la mia anima sono con gli ugandesi, perché insieme a loro ho costruito qualcosa di grande che rimarrà nella storia per sempre”, conclude, orgoglioso, Milutin Sredojević, l’artefice della rinascita ugandese.

Credits
Copertina ©ESPN
Foto 1 ©The south African

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