La complicata missione dei fratelli Ayew

I fratelli André e Jordan Ayew sono andati a segno nella stessa partita per la terza Coppa d’Africa consecutiva, ma questo non è bastato al Ghana per battere il Benin nel giorno del debutto in Coppa d’Africa. Forse la prima, vera sorpresa di questo torneo, ma proprio André Ayew alla vigilia aveva parlato delle qualità degli Scoiattoli, mettendo in guardia la comitiva ghanese sui pericoli della partita: “Sono una squadra di qualità“, aveva dichiarato nella conferenza stampa di vigilia.

André, diventato capitano del Ghana al posto del totem Asamoah Gyan con tanto di caso nazionale rientrato solo grazie all’intervento del presidente Nana Akufo-Addo,  si può comunque consolare: segnando la nona rete nella competizione, a cui partecipa per la sesta volta, ha agganciato l’angolano Manucho e l’ivoriano Abdoulaye Traore al tredicesimo posto nella classifica dei marcatori all time della Coppa d’Africa.
Ma soprattutto è diventato il miglior marcatore ghanese nella storia di questo torneo, scavalcando proprio Asamoah Gyan, elevato per l’occasione al rango di “capitato generale”: “Andrè Ayew è un giocatore di classe mondiale, ma soprattutto un leader, in grado di combattere e trascinare la squadra“, lo elogiava diversi anni fa il commissario tecnico Kwesi Appiah.

Ai fratelli Ayew, figli del leggendario Abedi Pelé, va riconosciuto di aver portato sulle spalle negli ultimi anni il pesante fardello della nazionale ghanese, alle prese con un ricambio generazionale lento e non all’altezza del passato, incarnando l’ideale l’anello di congiunzione tra la generazione d’oro del 2006 e quelle immediatamente successive. Entrambi lanciati nel grande calcio dall’Olympique Marsiglia, squadra del cuore del papà, hanno avuto una carriera con i club probabilmente al di sotto delle aspettative, ma con le Black Stars hanno garantito sempre una certa continuità realizzativa, nonostante in passato abbiano minacciato più volte di abbandonarle a causa di alcune divergenze di vedute con la federazione: insieme, per dire, hanno segnato 28 gol con la maglia della nazionale.
Spesso li hanno fatti insieme, nella stessa partita, anche in Coppa d’Africa: prima di ieri, era già successo con la Guinea Equatoriale nel 2013 e quattro anni più tardi nei quarti con la Repubblica Democratica del Congo. Eppure questo non sembra bastare.

La narrativa dei fratelli Ayew, infatti, sembra essere ostaggio della totalizzante figura del padre, il leggendario Abedi Pelé.
Un paragone forse naturale, ma dal quale Andrè Ayew desidera smarcarsi. Essere figli di una leggenda, del resto, dev’essere parecchio stressante, come dichiarava qualche anno fa al Guardian lo stesso attaccante Fenerbahçe: “Cio che ha fatto mio padre con il Ghana è qualcosa di veramente enorme. Sono orgoglioso di lui, ma questo non ha alcuna influenza sul mio percorso. I paragoni tra me e lui sono privi di senso, ma ormai sono abituato a conviverci“.

In realtà, almeno per quanto riguarda la Coppa d’Africa, Andrè Ayew (il maggiore della coppia) ha già fatto meglio del padre a livello realizzativo: 9 reti contro le sei di Abedi, che però ha vinto la Coppa d’Africa nel 1982, l’ultimo trionfo delle Black Stars.
Per questo i fratelli Ayew, tornati in nazionale lo scorso autunno dopo un’assenza di un anno, sono sbarcati in Egitto con una duplice missione: riscattare le annate deludenti disputate con i rispettivi club e spezzare il digiuno quasi quarantennale del Ghana in Coppa d’Africa, allontanando finalmente l’ingombrante ombra paterna.

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