AS VITA CLUB, UN DIGIUNO LUNGO 45 ANNI

È trascorsa un’eternità, molte cose sono cambiate da allora, ma adesso il Vita Club ha l’occasione per riprendere il filo della storia laddove si era interrotto, tornando a vincere un titolo internazionale dopo 45 anni di digiuno.
Era infatti il 1973 quando i Delfini Neri salivano per la prima (e finora anche ultima) volta sul trono d’Africa, battendo i ghanesi dell’Asante Kotoko nella finale dell’allora Coppa dei Campioni.

Quella squadra, che da poco aveva assunto stabilmente l’attuale denominazione, era un concentrato di tecnica, muscoli ed eleganza. Ne facevano parte alcuni dei miglior talenti zairesi (da Zaire, come era conosciuta la Repubblica Democratica del Congo fino alla seconda metà degli anni ’90).
C’erano, ad esempio, autentici pilastri della nazionale, giocatori talentuosi e offensivi come Mafu “Seigneur” Kibonge, Kembo Uba Kembo, Mulamba “Mutumbula” Ndaye, recordman di reti in una singola edizione della Coppa d’Africa. Tra loro anche leader difensivi come Lobilo Boba, probabilmente il miglior difensore africano dell’epoca. Eppure, in Ghana, la formazione khinois aveva perso 4-2, probabilmente sorpresa dall’aggressività dei Porcupines e penalizzata da qualche infortunio di troppo.

Al ritorno, però, andò in scena una delle gare più leggendarie della storia del Vita Club. L’Asante Kotoko era un gigante del Continente Nero, aveva già vinto la Coppa dei Campioni africana nel 1970 e praticamente in media giocava una finale ogni due anni, ma non aveva fatto i conti con la voglia di rivincita dei Delfini Neri.
A Kinshasa si materializzò una rimonta epica: grazie a una doppietta di Maku Mayanga, e a una rete del solito Kembo, il Vita Club ribaltò la situazione, laureandosi campione d’Africa.

In quel momento, dopo averlo desiderato per anni, il Vita Club si era messo al passo dei nemici giurati del TP Mazembe. Infatti, negli anni ’60 quando, prima dell’indigenizzazione onomastica a tappeto voluta dal sanguinario dittatore Mobutu Sese Seko, portavano ancora la denominazione di Englebert i Corvi di Lubumbashi avevano vinto due edizioni consecutive del torneo e raggiunto la finale in altre due circostanze.

La rivalità innata tra Vita Club di Kinshasa e TP Mazembe di Lubumbashi, rappresentava fedelmente la dicotomia che vuole contrapposte la capitale alla provincia. E proprio in quegli anni toccò l’apice.
Naturalmente, le due formazioni sono state da sempre il serbatoio privilegiato della nazionale e la rivalità non si dunque è limitata alle sfide tra club. Ha cominciato ad insinuarsi con esiti non poi così marginali anche nel contesto dei Leopardi, come sono soprannominati storicamente i giocatori della nazionale dell’attuale Repubblica Democratica del Congo.

Celebre, durante il famigerato Mondiale del ’74 – quella per intenderci del rinvio solo apparentemente inspiegabile di Ilunga Mwepu sulla punizione di Rivelino – il duello per una maglia da titolare tra i due portieri dello Zaire: l’agilissimo Mwamba Kazadi, totem del TP Mazembe e il preferito dell’allenatore jugoslavo Blagoje Vidinić, e Tubilandu Ndimbi, quello dell’AS Vita, relegato al ruolo di dodicesimo, ma pupillo del dittatore Mobutu.
Tanto da spingere Vidinić a inserirlo in corsa al posto di Kazadi, dopo neanche venti minuti, nella sfortunata gara con la Jugoslavia. L’esito, come pronosticabile, fu disastroso. Kazadi uscì sul 3-0 per i balcanici, ma la partita finì con un umiliante 9-0.

“All’intervallo ho pensato che il nostro allenatore fosse un po’ distratto. Aveva tolto Kazadi, un ottimo portiere, e al suo posto era entrato Kubilandu, un tipo bassino, non esattamente l’ideale per contrastare i giganti dell’attacco jugoslavo”,

ha ricordato tanti anni più tardi Mayanga, una leggenda vivente del Vita Club poi trasferitosi in Belgio con la famiglia dopo la fine della dittatura di Mobutu.

In seguito, l’AS Vita, fondato nel 1935 dal signor Honoré Essabe, avrebbe prolungato la propria egemonia sul calcio zairese per tutti gli anni ’70, compresa la prima metà degli anni ’80, quando tornò a giocarsi la finale di Coppa dei Campioni africana.
Non andò come la prima volta: in finale, infatti, i Delfini Neri furono sconfitti dagli algerini dal JE di Tizi-Ouzou, l’attuale JS Kabylie.

Quello, in sostanza, fu il canto del cigno dell’AS Vita. Di lì a poco, così come lo era stato agli albori, il ruolo di vedette del cacio zairese prima e congolese poi sarebbe tornato a recitarlo il Mazembe, tornato ai fasti d’un tempo grazie ai capitali del magnate minerario Moïse Katumbi Chapwe, ora costretto a vivere in esilio per motivi politici.

Solo nel 2014 i Delfini Neri si sono risvegliati da un lungo sonno internazionale. Avevano l’opportunità di rinverdire i trionfi passati e tornare ancora una volta sulla cresta dell’onda, ma a sbarrargli la strada in finale di CAF Champions League hanno trovato l’ES Sétif.
Gli algerini l’hanno spuntata dopo due pareggi per via della regola delle reti segnate in trasferta.
“Abbiamo perso il trofeo a Kinshasa. Non si possono incassare due gol in casa in gare di questo livello”, ha spiegato, rammaricandosi abbastanza, Florent Ibengé, già all’epoca tecnico del Vita Club, oltre che dei Leopardi.

Uno degli allenatori più interessanti della nouvelle vague africana, ma soprattutto il condottiero al quale il Vita Club ha affidato la propria rinascita. A partire dalla finale di CAF Confederation Cup con i marocchini del Raja Casablanca, una gara delicata da preparare nei minimi dettagli:

“Non lasceremo nulla al caso per arrivare al meglio il giorno della partita”.

E per tornare sul trono d’Africa, anche se quello minore.

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Copertina ©Foot RDC
Foto 1 ©World Soccer Talk
Foto 2 ©Africa Top Sports