Il talento sprecato della Nigeria

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Storicamente la Nigeria esporta talenti capaci di brillare nei migliori campionati europei, e il presente non fa eccezione. La settimana scorsa, infatti, sulla bocca di tutti gli appassionati di calcio sono finiti due calciatori nigeriani, protagonisti di grandi prestazioni.
Si tratta di due attaccanti: Emmanuel Dennis (1997), autore di una doppietta al Bernabeu nella sfida di Champions League tra il suo Club Brugge e il Real Madrid, e Victor Osimhen (1998), che con il gol al Nîmes di domenica scorsa è balzato in vetta alla classifica marcatori della Ligue 1 con 7 gol in 9 partite. Questa costante fuoriuscita di calciatori validi non ha però spesso riscontro in termini di successi della nazionale.

PAROLA ALL’ESPERTO: OLUWASHINA OKELEJI

A questo proposito abbiamo intercettato Oluwashina Okeleji, giornalista nigeriano che collabora con il Guardian e la BBC, per capire perché, nonostante la grande quantità di talento, la Nigeria faccia fatica a imporsi e vincere titoli – solo una Coppa d’Africa vinta negli anni 2000 e solo tre nella sua storia.

Shina, come spieghi questa mancanza di titoli o, per dirla in maniera differente, mancanza di risultati migliori tenendo in considerazione l’enorme quantità di talento prodotta dalla Nigeria?

Credo che la questione vada al di là della produzione di talento, che è indiscutibile. Il punto centrale è la mancanza di organizzazione e di impegno dei vertici federali e di tutto il movimento calcistico. Senza un’amministrazione efficiente, senza una struttura che garantisca formazione continua, il talento non viene valorizzato.
Serve una visione a lungo termine e la federazione deve supportare i CT, senza interferire, e non lasciarli in balìa dell’opinione pubblica; ad esempio, dopo il terzo posto all’ultima Coppa d’Africa, un risultato soddisfacente in rapporto alla qualità della rosa, la gente si chiedeva se fosse il caso di tenere Rohr o meno. Noi nigeriani vogliamo sempre arrivare al successo, ma bisogna ricordare che non si può ricevere senza dare. Se non investiamo in organizzazione, formazione e professionalità, non possiamo arrivare al successo.

Qual è la ricetta per uscire da questa situazione? 

La ricetta è allo stesso tempo semplice e complicata. Trovare dei leader che pensino più alla crescita e allo sviluppo del movimento che ai propri interessi. I vertici federali devono supportare maggiormente le varie nazionali, assisterle e fornire loro le migliori condizioni per rendere al meglio. I salari allo staff tecnico vanno pagati e l’accordo sui bonus con i calciatori va trovato prima che inizino le competizioni. Non che la maggior parte di essi non possa vivere senza quei bonus, ma bisogna comunque portare rispetto.
I dirigenti federali non possono ostentare uno stile di vita sfarzoso e poi affermare che non ci sono soldi ed essere addirittura negligenti quando si tratta di supportare le nazionali. In fin dei conti, gli attori principali sono i calciatori ed è necessario far di tutto affinché ci siano meno battaglie extracampo. In poche parole, c’è bisogno di professionalità.

Perché manca la professionalità necessaria e perché sembra che non venga ricercata?

Perché a capo delle istituzioni non ci sono più persone genuinamente innamorate del calcio e guidate dalla passione e dall’intento di voler sviluppare questo sport. Dagli anni 2000 in poi nelle cariche più rilevanti si sono succeduti solo dirigenti egoisti, interessati al proprio tornaconto.

Prima abbiamo toccato anche il tema della formazione e dello sviluppo del calcio giovanile. Qual è, ad oggi, la situazione in Nigeria?

La situazione è disastrosa. La formazione è inesistente. Ricordo gli anni ’80 e ’90 in cui sono cresciuto: non c’erano infrastrutture professionali, e le modalità erano differenti, ma chi comandava capiva l’importanza del calcio giovanile e della formazione. Le scuole superiori organizzavano costantemente dei tornei, c’erano eventi nazionali, molti allenatori locali giravano il Paese alla ricerca di calciatori e da lì venivano selezionati i migliori che andavano a rappresentare le varie nazionali.
Oggi non esiste nemmeno questo, ed è difficilissimo per un calciatore giocare ed emergere in Nigeria. Ci sono club della prima divisione che non dispongono nemmeno di un campo su cui giocare, figuriamoci quale può essere il livello del settore giovanile.
Per questo oggi la Nigeria fa affidamento esclusivamente su calciatori cresciuti e formatisi all’estero. Ma questa non può essere una soluzione a lungo termine: se il calcio giovanile di un Paese soffre, soffrirà anche la nazionale maggiore.

Cosa pensi delle accademie private da cui escono la maggior parte dei talenti che ammiriamo oggi in Europa? Non danneggiano lo sviluppo del calcio giovanile?

È istinto di sopravvivenza [ride, ndr]! Chi fonda queste accademie lo fa per guadagnare soldi e aiutare i ragazzi a emergere. Non c’è un sistema propriamente regolato e gestito dalla federazione come in passato. Dunque, questo è tutto ciò a cui gli aspiranti calciatori possono ambire. Non mi sento di giudicare i fondatori di queste accademie. La situazione in Nigeria è molto complicata.

Immaginiamo un contesto in cui ci sia maggior professionalità e tutte le beghe federali siano state risolte: che futuro vedresti per questa nuova e giovane generazione nigeriana?

Vedrei un futuro radioso. Molti talenti militano e brillano nei maggiori campionati europei. Questa generazione potrebbe davvero ripetere i successi della generazione d’oro degli anni ’90 che vinse la prima Coppa d’Africa fuori dal suolo nigeriano, che si qualificò per la prima volta ai Mondiali e che vinse la medaglia d’oro ad Atlanta ’96.
Penso che, se si potessero avverare tutte le condizioni sopramenzionate, questa Nigeria potrebbe far molto meglio di quanto fatto finora ai Mondiali, magari superare gli ottavi, e vincere un paio di Coppe d’Africa nella prossima decade.

Credits
Foto copertina ©Guardian.ng
Pepsi Academy ©Legit.ng

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