HIC SUNT HISTORIAE: LA COPPA DEI MARTIRI

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La sera del 1 febbraio 2012 a Port Said, una cittadina incastonata tra il lago Manzala, il Mediterraneo e il canale di Suez, scoppia l’apocalisse. Allo stadio locale, inaugurato nel 1955 da Hussein El Shaffei – il ministro degli affari sociali nel cerchio magico del leggendario presidente Gamal Abdel Nasser – i beniamini di casa dell’Al-Masry sono impegnati in una gara di cartello con l’Al-Ahly e stanno conducendo in porto una prestigiosa vittoria per 3-1.

Quando risuona il triplice fischio finale, però, si scatena il pandemonio. Una frangia di esagitati tifosi di casa, armata di coltelli, spade, mazze e bottiglie incendiarie, invade il terreno di gioco e si lancia all’assalto dei tifosi ahlawi, causando un’autentica strage.
Dopo la rivoluzione di un anno prima la questione sicurezza è uno dei rebus più urgenti da risolvere per il governo di transizione guidato dal generale Mohammad Tantawi, ma in quell’occasione il comportamento della polizia, incapace di impedire il degenerare della situazione, è difficile da spiegare soltanto con le lacune in fatto di organizzazione.
Alcuni giocatori, come Mohamed Aboutrika, non si nascondono e attaccano senza troppi giri di parole il superficiale operato delle forze di sicurezza:

“Le forze dell’ordine ci hanno abbandonato, non ci hanno protetto. Un supporter mi è appena morto davanti agli occhi negli spogliatori”,

dice singhiozzando l’iconico totem dell’Al-Ahly e della nazionale egiziana, invocando soccorsi davanti ai microfoni della tv nazionale.
Altri, come Ehab Ali, il medico dei Diavoli Rossi del Cairo, si spingono anche oltre, lasciando intendere addirittura una premeditazione: “È stata una guerra pianificata”. A breve atterreranno due elicotteri speciali inviati dall’esercito, ma nulla e nessuno possono ormai evitare la strage.
Il bilancio della serata assomiglia a un bollettino di guerra: colpiti a morte, o schiacciati e soffocati dalla calca, perdono la vita 72 tifosi dell’Al-Ahly, uno dell’Al-Masry e un poliziotto, mentre sul prato del Port Said Stadium si arrivano a contare circa 500 feriti.

Per la Fratellanza Musulmana, vicina alla salita al potere, dietro a tutto quel finimondo c’è un messaggio politico lanciato dai fedelissimi del regime di Hosni Mubarak, abbattuto qualche settimana prima sull’onda della celebre stagione delle primavere arabe.
Al netto della retorica politica, sempre presente in queste circostanze, non è un’idea così tanto campata in aria: gli Ultras Ahlawi, assieme ai White Knights del Zamalek, infatti, nel 2011 avevano dissotterrato momentaneamente l’ascia di guerra e si erano uniti in nome di un bene comune, partecipando attivamente alle proteste anti-governative di Piazza Tahrir, come ha splendidamente raccontato il giornalista e scrittore inglese James Montague nel libro “Ultras: How Egyptian Football Fans Toppled a Dicator”.

Il “più grande disastro della storia del calcio egiziano”, come lo ribattezza la BBC, porta prima alla sospensione e poi alla cancellazione della restante parte del campionato, ma l’Al-Ahly ha comunque un modo per onorare al meglio le vittime della mattanza di Port Said: vincere la CAF Champions League.

Non sarebbe certo una novità, visto che i Diavoli Rossi l’hanno vinta già sei volte, ma questa avrebbe un sapore speciale. Il percorso verso la finale è stato ricco di ostacoli, non tanto in campo, quanto piuttosto fuori. Ancor prima di passare un girone di ferro con i congolesi del Mazembe, gli arcirivali del Zamalek e i ghanesi del Berekum Chelsea, e ovviamente prima della semifinali con i nigeriani del Sunshine Stars, i giocatori dell’Al-Ahly per sfidare lo Stade Malien in un preliminare viaggiano in Mali, dove dall’albergo in cui alloggiano sentono, sotto forma di raffiche di kalashnikov, gli echi di una guerra civile entrata nel vivo.

Al timone della squadra, seconda dietro al sorprendente Haras-El Hodood al momento della sospensione, c’è Hossam El-Badry, una vita spesa al servizio dell’Al-Ahly, prima da giocatore, costretto a ritirarsi per un grave infortunio ai legamenti crociati del ginocchio, e poi in panchina: assistente dapprima del portoghese Manuel José e poi dell’altro lusitano Nelo Vingada, ha preso le redini dei Diavoli Rossi una prima volta nel 2009, quando quest’ultimo ha lasciato l’incarico a causa di non meglio specificati problemi familiari subentrati a soli cinque giorni dalla firma, e adesso è ritornato al timone dopo l’addio del primo, andato via nel bel mezzo della stagione.

In campo, oltre al talento di Geddo, accostato anche al Zamalek prima del trasferimento nella sponda rossa del Cairo, Badry può contare su leader navigati come il capitano Hossam Ghaly, tornato in Egitto dopo una doppia parentesi europea tra Olanda e Inghilterra (Feyenoord e Tottenham), e il roccioso Wael Gomaa, uno dei difensori più forti della new era del calcio nordafricano, già decisivo con un gol nella finale del 2008 vinta contro i camerunensi del Coton Sport di Garoua.
Ma soprattutto, a inventare calcio e dispensare perle sulla trequarti, c’è un certo Mohamed Aboutrika, più volte Africa Best Player of the Year (premio assegnato ai giocatori che militano in Africa, da non confondere con il Pallone d’oro Africano, esteso invece a tutti) e probabilmente insieme a Mohamed Salah il miglior calciatore di sempre nella storia del calcio egiziano.

A parte le doti calcistiche, comunque notevoli, Aboutrika è un giocatore speciale. Fervente musulmano, agli inizi della carriera giocava con la maglia numero 22, perché quello è il numero inciso sulle porte d’ingresso della Moschea Al Haram a La Mecca, ed è lui il primo a tentare di soccorrere un tifoso moribondo a Port Said, lasciandogli la possibilità di esaudire il suo ultimo desiderio prima di esalare l’ultimo respiro:

“Capitano, sono felice, ho sempre voluto incontrarti.”

Politicamente, come si è capito, Aboutrika non ha nessun problema ad esporsi e dire la sua sua senza alcun tipo di remora o soggezione. Da sempre sostiene la colpevolezza del generale Mohammad Tantawi, capo del Consiglio Supremo delle Forze Armate incaricato di gestire la transizione dopo la dissoluzione del vecchio regime di Mubarak, e sposa apertamente la causa della Fratellanza Musulmana.
Quest’ultima prende il potere con Mohammad Morsi, ma dura poco, venendo ribaltata da un colpo di Stato del generale Abdel Fattah Al Sisi, il quale non si fa pregare per avviare una lunga stagione di purghe.

Nonostante la popolarità e lo status di leggenda nazionale ormai raggiunto, o forse proprio per questo, anche Aboutrika finirà nella black list dei nemici del nuovo regime: accusato di finanziare clandestinamente la Fratellanza Musulmana, messa ormai al bando dal nuovo governo, nel 2015 un Tribunale del Cairo ordinerà addirittura il congelamento di tutti i suoi beni. Quando questo avviene, però, la stella della nazionale egiziana ha già chiuso da due anni la sua carriera.
A proposito di questo, c’è un aneddoto interessante sul tramonto della vita calcistica di Aboutrika: proprio in una delle ultime sue esperienze calcistiche, all’Al Banyas negli Emirati Arabi, dove vince pure una Coppa dei Campioni del Golfo, non indossa più il tradizionale 22, ma il 72, in omaggio alle vittime ahlawi del massacro di Port Said.

Più o meno la stessa cosa che l’Al-Ahly ha intenzione di fare prima della finale di CAF Champions 2012 con i tunisini dell’Espérance: l’idea dei Diavoli Rossi, peraltro molto lodevole, è quella di esporre sugli spalti le foto delle 72 vittime in occasione della finale d’andata.
La CAF, però, è intransigente e non è disposta a fare deroghe, adducendo come motivazione le tempistiche troppo strette: “Immortalare i martiri in un evento come la finale del CAF è logico ed è giusto per il club, soprattutto perché non ha relazioni politiche”, replica piccato il club più titolato d’Africa attraverso un comunicato ufficiale, facendo notare come avevano ricevuto anche le loro condoglianze dopo i tragici avvenimenti della partita con l’Al-Masry.

Alla fine, comunque, mentre in campo El Sayed Hamdi evita la sconfitta ai Diavoli Rossi pareggiando la rete del vantaggio dell’Espérance firmata da Walid Hchiri, sulle tribune del Borg El Arab Stadium di Alessandria in qualche modo gli ultras Ahlawi hanno eluso i controlli, riuscendo a fare entrare diversi striscioni che omaggiano le vittime della tragedia: i più significativi recitano “74 in heaven” “Take Africa’s Cup for the Martyrs” e “Curva for the Martyrs”.

L’Espérance, che negli anni ’90 ha vissuto l’epoca di massimo splendore sotto la gestione di Slim Chiboub, da un po’ di tempo sta provando a rinverdire i fasti di quel periodo e in parte ci sta riuscendo.
Solo un anno prima, infatti, con Nabil Maâloul, il tecnico della Tunisia al Mondiale di Russia, i Sang et Or hanno realizzato uno storico Treble, conquistando la CAF Champions League in finale contro i marocchini del Wydad Casablanca.

Naturale quindi che, dopo l’1-1 ottenuto in Egitto, i campioni in carica si sentano quasi la coppa in tasca, anche perché hanno pure le statistiche dalla loro: prima della finale di ritorno a Radès, infatti, l’Espérance ha perso soltanto 1 delle ultime 22 partite giocate a livello continentale.
Ma stavolta non basterà: Geddo e Walid Soliman spegneranno gli entusiasmi della calorosissima tifoseria Taraji, e a nulla, se non a mitigare la delusione, servirà il goal nel finale del camerunense Yannick N’Djeng.

Per l’Al-Ahly, costretto a giocare tutte le gare a porte chiuse dopo i tragici fatti di Port Said (ad eccezione della finale d’andata, dove comunque sugli spalti saranno autorizzate ad assistere al match solo 20.000 persone), è una liberazione. Finalmente, dopo averlo immaginato a lungo, i Diavoli Rossi pongono il loro personale omaggio alle vittime di Port Said, infilandosi una maglietta con il numero 72 prima di sollevare al cielo la settima CAF Champions League della loro storia:

“Volevamo questo trofeo a tutti i costi per dedicarlo alle famiglie dei martiri di Port Said”,

dichiara visibilmente commosso il centrocampista Abdallah Said. Della stessa opinione è anche Hossam El Badry, subentrato al portoghese Manuel José, dimessosi nel bel mezzo del percorso internazionale per via della difficile situazione politica venutasi a creare in Egitto: “Per come è arrivato, tra mille difficoltà e traversie, credo che per molti anni questo rimarrà il più grande e prestigioso titolo conquistato dall’Al-Ahly”.

Credits
Copertina e Foto 3 ©fifa.com
Foto 1 ©tcf.org
Foto 2 @thesefootballtimes.co

 

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