HIC SUNT HISTORIAE: DESERTO, CAMERUN E MONDIALI

Se i Leoni Indomabili vincono, a Yaoundé si balla, si beve e non si lavora. Questo semplice assioma univa il variegato popolo camerunese agli inizi degli anni Ottanta, quando la nazionale calcistica del paese dell’Africa equatoriale faceva per la prima volta la sua apparizione sul palcoscenico internazionale.

Fu alla Coppa del Mondo del 1982, infatti, che il Camerun si fece conoscere al mondo: un mondo che alla vigilia del torneo guardava con curiosità e molta ilarità a quella scalcagnata compagine, ma che avrebbe imparato ben presto a rispettarla.
La stampa italiana, ad esempio, ironizzava sul tenore di vita non troppo rigido presso il ritiro di Santa Cristina di La Coruña: all’Hotel Rias Altas girano molte donne, i giocatori stanno ore e ore davanti alla TV, mentre alla sera guardano le proiezioni dei filmini sui loro imminenti avversari; la delegazione africana si è pure portata una cuoca da casa, mancano invece, per la delusione dei più curiosi, i tanto attesi stregoni.

In quei primi anni Ottanta la Repubblica del Camerun è unita soltanto di nome; il paese è attraversato da laceranti tensioni etniche e religiose, tanto che il presidente Ahmadou Ahidjo non manca di sfruttare i successi calcistici della nazionale come narcotico per il suo turbolento popolo.
Quando, domenica 15 novembre 1981, la formazione guidata dal tecnico jugoslavo Branko Žutic si appresta ad affrontare il Marocco nell’ultimo turno di qualificazione alla Coppa del Mondo, tutti in Camerun si preparano a festeggiare come mai prima d’allora.

Milla e compagni hanno fin lì eliminato Malawi, Zimbabwe e Zaire, ma in trasferta non hanno mai vinto. Il Marocco sceglie di gioca a Kenitra, nel mezzo del deserto marocchino, pensando in questo modo di rendere la vita difficile ai Leoni Indomabili, ma per il Camerun cambia poco. Apre Milla su rigore, chiude Jean-Pierre Tokoto:

 “Il Camerun ci ha spazzato via senza troppi problemi. Non siamo riusciti a fermarli. Quel giorno erano molto superiori a noi”,

ha ricordato tempo dopo Aziz Bourdebala, all’epoca centrocampista del Wydad Casablanca e della nazionale marocchina, in quei giorni in lutto dopo l’annegamento di un calciatore nella piscina di un hotel in Senegal.
Il 2-0 è una seria ipoteca alla qualificazione e inevitabilmente per le strade di Yaoundé si balla fino a mattina la makossa – la danza popolare resa celebre da Roger Milla durante Italia ’90, quando la ballava davanti alla bandierina del calcio d’angolo come esultanza per una rete segnata – e nei bar si beve ingordamente.

Stessa cosa due settimane più tardi, quando i camerunesi approfittano del terremoto scatenato dall’esonero dell’allenatore dei Leoni dell’Atlante. Il francese di origine marocchina Just Fontaine era stato criticato per non aver convocato i “legionari” (giocatori che militano all’estero).
I camerunesi si impongono anche nello stadio della propria capitale (intitolato peraltro ad Ahidjo) e conquistano in tal modo per la prima volta l’accesso alla fase finale della Coppa del Mondo.

Il 2-1 finale porta le firme di Ibrahim Aoudou (su calcio di rigore) e Milla; in mezzo il momentaneo pareggio di Mustapha Yaghcha  È stato calcolato che il consumo di birra, in queste due occasioni, è passato da una media di 15 casse settimanali a 60-70!
D’altra parte il presidente, pienamente appoggiato in ciò dal suo Primo Ministro, Paul Biya, dichiara giorni di vacanza i lunedì successivi alle gare: il popolo può stordirsi liberamente, non pensare alle beghe della sua magra esistenza e sentirsi un tutt’uno con Roger Milla e compagni.

Il mondiale spagnolo è preceduto, a marzo, dalla Coppa d’Africa. In Libia il Camerun delude: pareggia con la Tunisia, col Ghana e coi padroni di casa ed esce al primo turno.
A fare le spese dell’insoddisfacente spedizione libica è Žutic, liquidato col pretesto di non avere sufficiente polso.

In Spagna ci va il francese Jean Vincent, ingaggiato in fretta e furia e coperto d’oro: centomila dollari, circa 130 milioni di lire dell’epoca, per un incarico di tre mesi.
Nelle amichevoli in preparazione del torneo iridato la squadra fa bene, ma a Kaiserslautern la partita finisce in rissa e la stampa europea non esita a parlare di una compagine di picchiatori, che si affida al gioco duro per sfruttare la sua unica qualità: lo strapotere fisico. Il tecnico dei camerunesi stigmatizza:

“Il nostro gioco può essere duro, ma non è cattivo. Del resto i giocatori del Camerun sono tutti prestanti, forti: non vedo perché non dovrebbero sfruttare questa loro vigoria”.

Violenti o meno i camerunesi partono con la nomea di Cenerentola del girone di Italia, Polonia e Perù. D’altra parte la rosa è composta perlopiù da dilettanti: il difensore René N’Djeya lavora per la società marittima Camatranas; il suo collega di reparto Emmanuel Kundé è impiegato per la Snec, la compagnia delle acque; il centrocampista Théophile Abega – detto “il dottore”, come Socrates – e il portiere Thomas N’Kono – rinominato lo “Zoff nero” – prestano i loro servizi alla Camerun Airline.

 

Giocano al Canon Yaoundé, o all’Union Douala; soltanto pochi hanno ottenuto un ingaggio in Europa, il più famoso è certamente Milla, attaccante del Bastia; Jean-Pierre Tokoto ha addirittura varcato l’oceano, meta Philadelphia.
Eppure il Camerun costringe al pareggio sia il Perù che la Polonia e arriva a giocarsi la qualificazione contro gli azzurri di Bearzot, fin lì poca roba. Milla promette tre giri di campo se segnerà a Dino Zoff; dovrebbe farli Grégoire M’Bida, il quale realizza la prima rete camerunese ad un mondiale, quella dell’1-1 dopo il vantaggio italiano ad opera di Francesco Graziani. Non li fa, e il Camerun, benché imbattuto, torna a casa.

Cambieranno moltissime cose immediatamente dopo il Mundial: Vincent andrà ad allenare il Rennes, M’Bida raggiungerà Milla in Francia, mentre N’Kono coronerà il suo desiderio d’Europa all’Espanyol.
A novembre Ahidjo si dimette a sorpresa, lasciando la carica a Paul Biya, ancora oggi Presidente del Camerun, non senza forti dissidenze interne e violente critiche estere. Ahidjo viene condannato all’esilio, dove morirà (per la precisione in Senegal) sette anni più tardi, ma l’assioma di Yaoundé rimane invariato: se i Leoni Indomabili vincono, a Yaoundé si balla, si beve e non si lavora.

E i Leoni Indomabili vinceranno parecchio: due Coppe d’Africa, in Costa d’Avorio nel 1986 e in Marocco nel 1988, inframmezzate da un secondo posto; senza contare la celeberrima cavalcata a Italia ’90, conclusasi soltanto ai quarti di finale dopo i tempi supplementari contro l’Inghilterra.
Ormai la nazionale calcistica del Camerun era diventata un fenomeno ammirato in tutto il mondo ed era sempre più il collante di una nazione in crisi, l’orgoglio di un popolo travagliato e il salvagente politico di un presidente poco amato.

Credits
Foto copertina ©storiedicalcio.altervista.org

Foto 1 ©unibet.co.uk
Foto 2 ©These Football Times