KENYA, LE HARAMBEE STARS SONO TORNATE

Sono passati 5111 giorni dall’ultima volta. Un’eternità, ma adesso il Kenya può tornare a festeggiare. Lo scorso 14 ottobre davanti alla folla oceanica di Kasarani, le Harambee Stars hanno battuto l’Etiopia in maniera perentoria con i gol di Michael Olunga (Kashiwa Reysol), Eric Johana (Brommapojkarna) e del capitano Victor Wanyama (Tottenham), qualificandosi virtualmente alla Coppa d’Africa, a 14 anni di distanza dall’ultima volta.
Per l’ufficialità, però, bisognerà attendere ancora la conferma della squalifica della Sierra Leone da parte di FIFA e CAF.
Normale quindi che, Sébastien Migné, il tecnico francese del Kenya, sprizzasse di gioia al termine della partita, ma con una certa moderazione: “Sono davvero felice, anche perché, come contro Ghana e Malawi, oltre a vincere siamo riusciti a mantenere la porta inviolata”.

Non sono stati anni facili per il Kenya, quelli della prolungata astinenza. Più volte, infatti, la federazione è stata bannata dalla FIFA per interferenze politiche. Ma la luce in fondo al tunnel ha incominciato a intravedersi lo scorso maggio, quando la FKF ha ingaggiato il tecnico francese Sébastien Migné, investendolo di una missione ben precisa: riportare le Harambee Stars in Coppa d’Africa entro il 2021.

L’allenatore francese, ex tecnico della Repubblica Democratica del Congo e discepolo di Claude Le Roy come tanti suoi connazionali, ha abolito ogni forma di privilegio e su questo punto non ha fatto sconti a nessuno, senza però ricorrere necessariamente alla maniere tipiche di un sergente di ferro.
Per inciso: non le ha mandate a dire nemmeno alla federazione quando ha visto il Camerun allenarsi a Kasarani (la dimora della nazionale kenyota), privilegio mai concesso dal Governo alle Harambee Stars.
È stato bravo, insomma, a bilanciare il bastone e la carota, come dimostrato nella gestione del centrocampista del Tottenham Wanyama. Il capitano, prima pungolato e tacciato di non comportarsi in maniera professionale dopo aver eluso la convocazione per la partita con il Ghana, è stato poi spedito in campo a guidare il Kenya nella decisiva gara contro l’Etiopia.

“Non ho nulla contro Wanyama. Dobbiamo essere chiari: è il nostro capitano e il miglior giocatore del Paese. Ma con il Ghana, anche se era infortunato, sarebbe stato bello averlo con noi, per condividere spirito e motivazioni”.

Proprio la gara col Ghana, giocata senza il totem Wanyama e vinta di misura, è stata uno snodo cruciale nel percorso verso la Coppa d’Africa delle Harambee Stars.
Non solo ha cementato ulteriormente il gruppo, aumentandone convinzione e autostima, ma ha anche permesso al popolo kenyota di cogliere una vendetta storica.
Cinquantatré anni fa, infatti, le Black Stars, invitate a prendere parte alle celebrazione per l’indipendenza del Paese, travolsero le giovani Harambee Stars, umiliandole con un pesantissimo 13-2 sotto gli occhi di Jomo Kenyatta, il padre dell’indipendenza kenyota mai più presentatosi allo stadio dopo quella volta.

Però, non è tutto oro ciò che luccica. Prima della partita, infatti, Migné ha seriamente rischiato di far saltare il banco.
Ha puntato il dito contro la disorganizzazione della federazione kenyota presieduta da Nick Mwendwa minacciando di abbandonare la squadra per un’incresciosa questione di stipendi non versati: “Potrei considerare il mio futuro”, avrebbe ripetuto per l’ennesima volta, secondo i ben informati, subito dopo la vittoria in amichevole contro il Malawi.

Non una novità in Kenya. Anzi, questa cattiva abitudine ha minato alla base la stabilità tecnica della selezione kenyota.
Negli ultimi otto anni, per dire, le Harambee Stars hanno avuto otto allenatori differenti, tre autoctoni e cinque provenienti dall’estero, quasi tutti scaricati prima della naturale scadenza del contratto.

Senza dubbio, quelli di Adel Amrouche e Bobby Williamson sono i casi più eclatanti.
L’algerino, dimessosi poche settimane fa dal ruolo di commissario tecnico della Libia, ha firmato un contratto quinquennale nel 2013, ma due anni più tardi è stato silurato dopo un alterco con un ufficiale di gara durante un match di qualificazione alla Coppa d’Africa con le Comore.
Stessa sorte è toccata allo scozzese, già allenatore del Gor Mahia, allettato inizialmente da un faraonico stipendio da 2,5 milioni di dollari annui, ma poi esonerato dopo nemmeno due anni.

Entrambi, decisi a non arrendersi, hanno trascinato la federazione kenyota in tribunale, denunciando la violazione dei contratti e rivendicando risarcimenti milionari.
Successivamente Williamson avrebbe ritirato la causa, mentre Amrouche sarebbe andato fino in fondo, vedendosi riconoscere da una direttiva FIFA il diritto a ricevere il risarcimento richiesto: si parla di circa sessanta milioni di scellini kenyoti, circa mezzo milione di euro.
Una sentenza naturalmente contestata dalla FKF, la federazione kenyota, subito pronta a fare ricorso presso la Corte Arbitrale dello Sport di Losanna, in Svizzera: “La federazione è attualmente sottoposta a diverse tensioni finanziarie e non può permettersi di pagare un risarcimento così esoso”, ha spiegato il presidente federale Nick Mwendwa.

Al contrario, invece, il belga Paul Put si è “autoesonerato” per motivi personali all’inizio dell’anno, preferendo sposare la causa della Guinea e aprendo di fatto le porte all’arrivo di Sébastian Migné.
Secondo alcuni, però, Paul Put si era stufato della mancanza di sostegno da parte della federazione, recalcitrante ad esaudire parte dei suoi desideri, come quelli ad esempio di assumere nuovo personale per infoltire i ranghi del proprio staff oltre a dotarsi di un sistema per l’analisi delle gare:

“Lascio il Kenya con il cuore spezzato. È la prima volta che abbandono un progetto dopo soli tre mesi. E lo faccio dolorosamente”,

ha assicurato, congedandosi come un amante prima sedotto e poi abbandonato.
Nonostante qualche tentennamento, la prima sfida, quella cioè di assicurare finalmente un po’ di serenità e soprattutto una continuità tecnica al Kenya, Sébastien Migné sembra già averla vinta. Anzi, forse, l’allenatore francese sta persino bruciando le tappe.

Con lui in panchina il Kenya è rientrato tra le top 100 del ranking FIFA, ma soprattutto ha posto fine a un digiuno continentale lungo 14 anni, anche se facilitato dall’allargamento del torneo.
A Migné non mancano, quindi, i motivi per guardare al futuro con maggior fiducia rispetto al passato: “I giocatori mi hanno dimostrato che con il lavoro possiamo ottenere grandi risultati. E questa è una grande notizia per il Kenya come Paese, perché stiamo costruendo davvero qualcosa di interessante per il futuro”.