COSTA D’AVORIO, LA MERAVIGLIA DEL DERBY D’ABIDJAN

Non ci saranno più gli stregoni sugli spalti come una volta, ma il Derby di Abidjan resta ancora l’appuntamento calcistico più atteso della stagione ivoriana.
La sfida eterna tra ASEC Mimosas e Africa Sports, del resto, ha radici antichissime e muove i fili di una passione nata negli anni ’40. Almeno alle origini il derby della “petit Paris”, come il presidente francese amava chiamare Abidjan nell’immediata era post-coloniale, ha anche rispecchiato una contrapposizione etnico-sociale.

Fondato nel 1948 da commercianti provenienti da tutta l’Africa Occidentale come testimonia l’acronimo, nella tradizione locale l’ASEC (Amicale Sportive des Esmployés de Commerce Mimosas) non solo in breve tempo è diventato il club più amato, ma è stato identificato sempre come quello di riferimento dell’etnia baulé, un popolo discendente diretto delle genti arrivate in Costa d’Avorio dal Ghana nel XVII secolo.

L’Africa Sports, invece, aveva visto la luce un anno prima, nel 1947, ma con un altro nome rispetto a quello con cui la conosciamo oggi. Riuniti in una casa di Treichville, una delle zone più vivaci del comprensorio di Abidjan che deve il suo nome al primo presidente amministrativo francese in Costa d’Avorio, i fondatori avevano chiamato la nuova squadra Club Sportif Bété, prima di convergere su quello più unificante ispirato dall’intestazione di un quotidiano dell’epoca.
Un nome inequivocabile, lo stesso del loro popolo, quello dei bété, una delle principali etnie del Paese a cui appartiene tra gli altri anche l’ex presidente Laurent Gbagbo: “Chi dice ASEC ha detto baulè; Africa Sport, invece, è sinonimo di bété”, ha spiegato Moustapha Cissé, un tifoso storico dell’ASEC, in uno splendido reportage di Jeune Afrique.

Una rivalità può nascere per mille motivi, ma spesso germoglia e prende piede dopo un’umiliazione storica. Questo è anche il caso del Derby d’Abidjan, incendiato dopo un memorabile 5-0 inflitto dai gialloneri dell’ASEC ai rossoverdi dell’Africa Sports nel 1958, in una finale di un torneo dal sapore coloniale giocata due anni prima dell’indipendenza ottenuta dalla Francia: “Quell’anno l’Africa Sports sconfisse 5-0 l’ASEC nella finale della Coppa dell’Africa Occidentale francese”, ha ricordato un tifoso.

Da quel momento, con l’esplosione delle due squadre sulla scena nazionale e internazionale, la faccenda si è fatta tremendamente seria.
ASEC e Africa Sports, del resto, sono le due squadre più blasonate e vincenti della storia del calcio ivoriano: insieme hanno vinto 44 delle sessanta edizioni del campionato ivoriano (26 ASEC, 18 Africa Sports). Ma si sono fatte rispettare anche oltre confine. Les Oyé, soprannome dell’Africa Sports, hanno conquistato due volte la defunta Coppa delle Coppe della CAF, perdendo una finale di Coppa dei Campioni africana con lo Zamalek nel 1986. Una coppa, invece, sollevata dagli arcirivali giallo-neri nel 1998, dopo la finale vinta con gli zimbabwiani del Dynamos.

Erano quelli gli anni in cui da un’idea dello storico presidente Roger Ouegnin, un ricco uomo d’affari al timone del club dal 1989, nasceva il mito dell’ASEC come inesauribile miniera di talenti dell’Africa Occidentale.
Per realizzare il suo sogno, cioè quello di puntare sui giovani per fare dell’ASEC una delle squadre più forti d’Africa, con uno stile riconoscibile e in grado di suscitare stima e ammirazione in tutto il continente, aveva bisogno di una mano, di qualcuno capace prima di sniffare il talento e subito dopo saperlo modellare.

Casomai un europeo. Sfogliando la margherita dei papabili, il dito di Ouegnin si fermò sul nome di Jean-Marc Guillou, il numero dieci della Francia al Mondiale argentino del 1978, ma all’epoca dirigente e allenatore di discreto livello, con un secondo come Arsène Wenger, allora ancora sconosciuto.
Era lui l’uomo che faceva al caso dell’ASEC. Nel 1993 Jean-Marc Guillou è sbarcato ad Abidjan e ha cambiato per sempre la storia del calcio in Costa d’Avorio. Come prima cosa, subito dopo aver preso confidenza con la città, a Sol Béni ha fondato un’accademia giovanile all’avanguardia, l’unica in Africa in quel momento: “L’Accademia Mimosifcom ha dimostrato che con un lavoro metodico e serio si può formare un’élite africana in grado di affrontare i migliori europei. Ha già fornito una pletora di giovani internazionali e ha permesso all’ASEC di essere conosciuta in Africa e nel mondo”, ha spiegato lo stesso Guillou a Jeune Afrique.

La prima, storica qualificazione degli Elefanti ad un Mondiale, obliterata nel 2005, è stato un lungo percorso a tappe cominciato proprio a Sol Béni, un luogo incantevole affacciato sulla lussureggiante laguna di Ebrié, dove nidificano cicogne e altri uccelli d’ogni tipo. C’è una partita, che meglio di ogni altra cosa, racchiude l’essenza della leggenda degli Académiciens: la finale di Supercoppa africana del 1999 contro l’Espérance di Tunisi.

Prima della gara Chokri El Ouaer, portiere-icona dei tunisini, ridacchiava con i compagni e proprio non riusciva a prenderla sul serio. Gli avversari non lo preoccupavano più di tanto: in fondo, erano soltanto dei ragazzini.
Il club jaune et noire, infatti, aveva lasciato partire quasi tutti gli eroi del trionfo in CAF Champions League di qualche mese prima, catapultando al piano superiore i talenti più promettenti sfornati dall’Accademia Mimosisfcom di Guillou.
In campo, con la maglia giallonera addosso, quella sera c’erano Boubacar Barry, Kolo Touré, Didier Zokora, Siaka Tiéné e Aruna Dindane. Praticamente l’intelaiatura della Costa d’Avorio guidata poi da Didier Drogba e destinata a volare in Germania nel 2006, regalando una tregua ad un popolo dilaniato da una sanguinosa guerra civile.
Ma Chokri El Ouaer questo non poteva saperlo. Lo immaginò, forse, soltanto alla fine, quando il 3-1 dell’ASEC Mimosas gli aveva ormai già spento sulla bocca ogni tipo di sorriso sarcastico.

Due anni dopo, però, l’idillio tra Ouegnin e Guillou si è interrotto bruscamente. Questioni di punti di vista diametralmente opposti, ma anche di grossi interessi economici in ballo. Tra i due sono volati gli stracci e si è arrivati persino in tribunale.
A questo proposito Guillou, che ha lasciato l’ASEC nel 2003 e trasferito la sua accademia di talenti a Jacquesville, costruendo un ponte con i belgi del Beveren (che in quegli anni schieravano in media otto o nove ivoriani) e venendo anche accusato di essere “un nuovo negriero”, non le ha mandate certo a dire:

Roger Ouegnin ha continuato a beneficiare del lavoro svolto in accademia. Non ha rispettato gli accordi che abbiamo firmato. Ha accumulato molti, molti soldi. Ouegnin si è comportato come un ladro.

Anche l’Africa Sports, però, ha avuto negli anni un occhio di riguardo al settore giovanile, anche se i rosso-verdi spesso e volentieri si sono affidati a giocatori provenienti dall’estero. In alcuni casi vere e proprie icone future del calcio africano: il leggendario portiere camerunense Joseph-Antoine Bell, ad esempio, ha vestito la maglia delle Aquile ad inizio anni Ottanta, mentre il compianto bomber Rashidi Yekini, autore del primo gol della Nigeria in un Mondiale, è transitato da Abidjan sul finire dello stesso decennio, prima di spiccare il volo verso l’Europa. Ma non solo: l’ex milanista George Weah, attuale presidente della Liberia, prima di sbarcare in Francia aveva firmato un precontratto con l’Africa Sports, ma poi non se ne è fatto più nulla.

In quel periodo la rivalità tra i due giganti di Abidjan ha toccato l’apice, con la gara tra ASEC e Africa Sports in grado persino di attirare tifosi da tutta la fascia occidentale dell’Africa. Ma non è durato a lungo. Negli anni immediatamente successivi, segnati da una grave crisi politica e sociale, “il Derby di Abidjan ha cominciato a perdere parte del suo potere attrattivo”, come ha scritto Franck Simon in un episodio della sua rubrica su France Football dedicata al calcio africano.
Per capirlo, basta dare un’occhiata agli spalti, dove non ci sono più gli stregoni, una volta ingaggiati dai tifosi appositamente per presenziare sugli spalti del derby e influenzare con i loro poteri oscuri l’esito della partita: “Una volta ci siamo radunati sul cerchio di centrocampo. Lo stregone ci aveva ordinato di rompere un uovo proprio in quel punto. Lo abbiamo fatto e abbiamo vinto”, ricorda un tifoso.

Dal 1998 l’ASEC non ha più vinto la CAF Champions League e l’Africa Sports è entrato in un coma sempre più irreversibile, ma il derby sembra comunque aver tratto nuova linfa dalla rivalità dialettica senza esclusione di colpi tra i due presidenti più iconici della storia recente dei due club.
Da un lato Roger Ouegnin, architetto assieme a Guillou della grande ASEC di inizio millennio; dall’altra Simplice Zinsou, conosciuto popolarmente come ZS, ma famoso soprattutto per essere il genero del padre della patria Félix Houphouët-Boigny, un amante del lusso sfrenato definito senza mezzi termini da Kapuściński come “promotore del neocolonialismo francese”.
In campo, dopotutto, con la tendenza sempre più marcata dei giocatori a volare in Europa ancora imberbi, gli ivoriani hanno perso i punti di riferimento e si sentono comprensibilmente spaesati: “Prima c’erano grandi giocatori, ora solamente bambini. Non conosciamo nemmeno i loro nomi”.

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Jean-Marc Guillou© mondialsport.net
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