Algeria-Nigeria: la prima volta non si scorda mai

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Quando sbarca a Lagos, nel 1978, l’allenatore brasiliano Otto Glória sa di avere una missione ben precisa da compiere: portare la Nigeria sul tetto del continente, trasformandola da splendida novità a solida realtà. In una parola: tocca a lui renderla vincente. In quel momento, infatti, le Super Aquile sono una potenza emergente del calcio africano, ma non hanno ancora allungato le mani su nessun trofeo.
L’impulso decisivo per l’ascesa era arrivato dal tecnico jugoslavo Tihomir Jelisavčić. Padre Tiko, come lo chiamavano affettuosamente i nigeriani, aveva sviluppato un efficace gioco sulle fasce, sfruttando ali rapidissime come Mohamed Babaotu, Kunle Awesu, Segun Odegbami e Adokiye Amesimaka, e rendendo finalmente competitive le Super Aquile.

I risultati lo testimoniano: nel 1976 aveva qualificato la Nigeria per la prima, storica volta alla Coppa d’Africa, e subito dopo aveva strappato il pass per le Olimpiadi di Montreal nel 1976, poi boicottate per motivi politici relativi alla questione dell’Apartheid.
La Nigeria ha partecipato anche all’edizione successiva della Coppa d’Africa, quella in Ghana del 1978, ma il risultato è stato sempre lo stesso: le Super Aquile hanno chiuso con la medaglia di bronzo al collo, sul gradino più basso del podio, così come era avvenuto due anni prima in Etiopia.

Ma non è tutto. Il 12 novembre 1977, a Lagos, superate Sierra Leone, Costa d’Avorio ed Egitto lungo il cammino, le Super Aquile si erano giocate una specie di spareggio con la Tunisia per la qualificazione ai Mondiali argentini del 1978. La gente ci credeva, ottantamila persone avevano invaso il Surulere Stadium, ma poi un’incredibile autorete aerea di Godwin Odiye aveva spalancato le porte dell’incubo e mandato avanti le Aquile di Cartagine: “Non posso dimenticarlo. Ricordo tutto di quel giorno, anche il titolo di un quotidiano dell’indomani: ‘Il colpo di testa infame di Odiye’”, ha ricordato il diretto interessato in una recente intervista del settembre 2016 a The Nation.

Quella che si ritrova tra le mani Otto Glória, dunque, è una Nigeria in rampa di lancio, pronta a trasformarsi in una nuova potenza calcistica del continente africano.
Agli occhi di una federazione nigeriana, determinata a non sfigurare nella Coppa d’Africa casalinga del 1980 ormai alle porte, il maestro di tattica brasiliano era sembrato il candidato ideale.
Dopotutto, pensavano a Lagos, era stato lui a guidare il Portogallo di Eusébio al terzo posto iridato ai Mondiali inglesi del 1966. Per questo non avevano badato a spese per convincerlo, gratificandolo con uno stipendio da 117 mila naira al mese, vale a dire poco più di 300 dollari, un’enormità per l’epoca.

Otto Glória raccoglie così l’eredità di Padre Tiko e si tuffa anima e corpo nella preparazione dell’evento. Il brasiliano non lascia nulla al caso. Chiede e ottiene di farsi affiancare dal suo fido assistente, il professor Raul Carlesso; sguinzaglia in tutto il Paese una rete di allenatori locali allo scopo di scovare nuovi talenti – Stephen Keshi è stato arruolato in questa maniera; fissa un fittissimo calendario di amichevoli internazionali e organizza uno stage di preparazione nel suo Paese, in Brasile. “Molti di noi sono tornati dal Brasile completamente diversi. È stata un’esperienza assai formativa per me”, ha rammentato Segun Odegbami, capocannoniere della Coppa d’Africa 1980 assieme al marocchino Khaled Labied, sottolineando l’importanza di quei tre mesi brasiliani.

Ad eccezione di Godwin Odiye, in quel momento ai San Francisco Dons, negli Stati Uniti, tutti i giocatori prescelti da Otto Glória militano in patria, compresi i più famosi come Segun Odegbami, Emmanuel Okala, Muda Lawal e Christian Chukwu, poi nominato miglior giocatore della manifestazione: ICC Shooting Stars ed Enugu Rangers sono i due maggiori serbatoi delle Super Eagles.
La cosa, vista la rivalità feroce tra le due squadre, avrebbe potuto avere conseguenze negative sul clima dello spogliatoio, minando alla base il cammino della Nigeria, ma in quel periodo ogni tipo di campanilismo sembra essere stato dimenticato, sospeso almeno fino al termine del torneo.
Tutti i giocatori nigeriani sono uniti per raggiungere un obiettivo: regalare la Coppa d’Africa al loro popolo, segnato dal rapido susseguirsi di colpi di Stato e dittature militari.

E ci riescono: dopo aver superato il girone con Nigeria, Costa d’Avorio e Tanzania (alla prima partecipazione) e messo in riga il Marocco in semifinale, le Super Aquile si prendono la gloria strapazzando 3-0 l’Algeria nella finale di Lagos grazie a una rete di Muda Lawal e una doppietta del solito, incorreggibile Segun Odegbami.
Quella delle Super Aquile è una prestazione sbalorditiva, tanto da spingere il presidente Shehu Shagari, trionfatore delle elezioni del 1978, a onorare le promesse della vigilia, omaggiando i calciatori con una vettura e un appartamento in una zona residenziale di Lagos.

Dieci anni più tardi le Volpi del Deserto si prendono la rivincita. Lo scenario, nel 1990, è completamente ribaltato: L’Algeria gioca in casa e ha tutte le carte in regola per salire sul trono d’Africa per la prima volta. Il trionfo sembra nell’aria.
Nella decade precedente le Fennecs, infatti, avevano sfiorato più volte il successo, ma si erano sempre fermate a un passo dal traguardo, crollando sul più bello: in finale nel 1980, e in semifinale nel 1984 e nel 1988. Con l’avvento degli anni ’90 sembra però arrivato il momento di raccogliere quanto seminato.

Le Volpi del Deserto, allenate dal carismatico Abdelhamid Kermali, uno dei molti transfughi del campionato francese arruolatosi nella mitologica squadra del FLN negli anni ’50, vincono tutte le gare del girone, superano il Senegal in semifinale e raggiungono appunto la Nigeria in finale.
Significativa, più di ogni altra, era stata la vittoria con l’Egitto, che aveva deciso di mandare le seconde linee per una questione di sicurezza. Le storie tese tra Egitto e Algeria erano cominciate qualche mese prima. L’occasione per il fischio d’inizio della nuova rivalità era stato un drammatico e incandescente spareggio mondiale vinto dai Faraoni, passato alla storia come la “Battaglia del Cairo”, perché era successo praticamente di tutto: dopo lo 0-0 in Algeria, al ritorno gli egiziani avevano preparato un clima da tregenda, c’erano stati scontri sugli spalti e negli spogliatoi, e Lakhdar Belloumi, Pallone d’Oro africano del 1981 e una delle stelle di quell’Algeria, aveva accecato il medico sociale dei Faraoni lanciandogli un pezzo di vetro in un occhio, venendo condannato dalla giustizia egiziana e a lungo inseguito da un mandato di cattura dell’Interpol.
Ma, in quel momento, era acqua passata: contava solo vincere la finale con la Nigeria.

Il 16 marzo 1990, allo Stadio 5 Luglio 1962, sono presenti oltre 100 mila persone a spingere l’Algeria verso la gloria. Lo stadio trema e si sente un frastuono pazzesco, tanto che i giocatori fanno fatica a comunicare tra di loro: “C’era tanto rumore. Dopo gli inni nazionali, non abbiamo nemmeno sentito il rumore dell’elicottero della TV librarsi in volo sopra di noi“, ricorda Cherif Oudjani.
Tutti si aspettano le giocate di Rabah Madjer, il tacco più famoso del mondo arabo nominato miglior giocatore di quell’edizione, o una rete dell’indiavolato Djamel Menad, capocannoniere del torneo con quattro reti.
Ma invece è proprio Oudjani, l’unico di quella spedizione a essere nato in Francia, a vendicare la sconfitta con la Nigeria di dieci anni prima e regalare la prima (e finora unica) Coppa d’Africa all’Algeria.

Credits
Copertina ©La Gazette du Fennec
Foto 1 ©The guardian Nigeria 

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