CALCIO AFRICANO, COME STAI? – PUNTATA 3

Dopo una pausa forzata di due settimane per concentrarci sulle finali di CAF Champions League, su Calcio Africano torna il dibattito sul movimento calcistico del continente.
Nella terza puntata della nostra inchiesta (clicca qui per la prima e qui per la seconda) è nostro ospite Mohamed Amine El Amri, giornalista di Le Matin Marocco e grande appassionato di calcio italiano (tifa Inter).

Amine, ad oggi qual è la reale situazione del calcio africano in generale e di quello marocchino nello specifico? Quanto sono distanti dal calcio europeo e sudamericano?

A mio avviso, il calcio africano non ha ancora espresso tutto il suo potenziale. Come un giovane calciatore che ha fatto fuoco e fiamme nelle giovanili ma che non è mai riuscito a confermarsi in prima squadra e a fare il salto di qualità definitivo.
Sebbene giocatori come Samuel Eto’o o Didier Drogba, per esempio, sono diventate star mondiali, l’Africa ha fallito nel tentativo di dare al mondo squadre in grado di aprire veri e propri cicli e di confermarsi nel tempo, magari, nel caso delle nazionali, qualificandosi a 5 o 6 coppe del mondo consecutive.

Il Marocco, in quanto mix di cultura africana, araba e mediterranea, è ancora a un bivio: tra il successo “casuale” e la sostenibilità del lavoro del proprio movimento basato sulle accademie, i settori giovanili e le squadre di club, che a lungo termine dovrebbero migliorare il livello del calcio nel paese.

Tornando al calcio africano come movimento collettivo di un continente, se lo paragoniamo al calcio giocato in altri continenti non è molto distante da un punto di vista tecnico. È decenni indietro al Sudamerica per quanto riguarda il livello del calcio giovanile e indietro anni luce rispetto all’Europa per la correttezza delle istituzioni. Anche se mettessimo insieme tutti gli scandali occorsi in seno alla FIFA, scopriremmo che il calcio africano è, se possibile, ancora più corrotto.

Come detto a più riprese nel corso degli ultimi anni, sembrava che il calcio africano avrebbe raggiunto Europa e Sudamerica con l’avvento del nuovo millennio ma, come hai correttamente descritto, non è andata esattamente così. Perché non si è evoluto come (forse) ci si aspettava? Abbiamo parlato di corruzione, è la ragione principale?

Tutto è partito in Italia al Mondiale del 1990 quando il Camerun raggiunse i quarti di finale. La gente si chiedeva “Dove cavolo si trova quel Paese che ha battuto l’Argentina nel match inaugurale?”. La stessa domanda sorse nel 2002 con il Senegal. I club europei, allora, hanno iniziato a fondare accademie in Africa occidentale (il Chelsea in Ghana, l’Arsenal in Senegal, ecc.).

No, la corruzione non può essere l’unica ragione. I governi sono restii a investire troppi soldi in infrastrutture laddove non ci sono nemmeno strade adeguatamente asfaltate.
Inoltre, c’è una grossa lacuna in termini di risorse umane, di addetti ai lavori competenti: la maggior parte degli allenatori viene dall’Europa, anche se non hanno ottenuto alcun risultato rilevante in carriera.
Allo stesso tempo, un ex calciatore fatica a sopravvivere una volta appese le scarpe al chiodo e non ha né il tempo né la motivazione per trasmettere ai giovani ciò che ha appreso.

Dunque è un insieme di ragioni a cui non si vuole trovare una soluzione e a cui spesso si cerca di porre rimedio ricorrendo a un allenatore straniero. Ma è davvero utile e necessario fare affidamento su così tanti tecnici europei e sudamericani? Perché, generalmente, così pochi allenatori locali sono a capo delle nazionali più blasonate?

Ancora, è una questione di formazione. Anche se l’Africa è un continente libero, i vincoli con la colonizzazione sono ancora presenti.
I campioni d’Africa del 2017 del Wydad Casablanca hanno esonerato Houssine Ammouta, il primo allenatore marocchino di sempre a ottenere successo in Africa. Dopo circa un anno hanno assunto il francese René Girard, nonostante quest’ultimo non avesse mai allenato fuori dalla Francia. La stessa cosa è successa all’Al Ahly, che ha esonerato Hossam El Badry (finalista contro il Wydad nel 2017) e ora ha un allenatore straniero (Patrice Carteron, N.d.R.).
In conclusione, bisognerebbe staccare il cordone ombelicale che ci lega all’Europa e cominciare a formare tecnici e addetti ai lavori all’interno del continente africano.

Cambiamo tema. Per accrescere il livello del proprio movimento calcistico è necessario innalzare il livello del campionato locale. Egitto e Sudafrica, a questo proposito, sono soliti trattenere in patria i calciatori migliori, con tutto ciò che ne consegue a livello economico. Possono essere dei modelli da seguire?

Il calcio egiziano può essere un modello in termini di professionalità, a livello di organizzazione dei club. Il Sudafrica è capace di attrarre giocatori, ma raramente questo appeal supera il subcontinente dell’Africa meridionale.
Il limite in Egitto è che solo l’Al Ahly e il Zamalek possono ambire a diventare campioni d’Africa. Società come l’Ismaily o l’Al Masry non riuscirebbero mai a raggiungere le semifinali o la finale per molti anni di fila. Avere nel proprio campionato giganti come l’Al Ahly può essere redditizio, ma non a lungo termine, specialmente se le altre società rimangono a guardare.

Un problema che potrebbe presto aggiungersi a quelli di cui abbiamo già parlato è quello legato alla diaspora. I talenti africani della diaspora stanno via via scegliendo di difendere le nazionali dei Paesi in cui sono nati e cresciuti. Questo lascerà inevitabilmente un “vuoto” nelle selezioni africane.
Come pensi si possa compensare questo vuoto? Il calcio africano è pronto ad affrontare questa sfida? Ci sono già valide accademie in giro per il continente?

Ce ne sono un paio. Non possiamo ignorare completamente ciò che la CAF (la Confederazione del Calcio Africano) sta facendo in termini di miglioramento della formazione degli allenatori locali. Ma non basta, considerato il potenziale della gioventù africana. Nessun bambino dovrebbe più giocare a calcio a piedi nudi.
Riguardo ai calciatori nati e cresciuti in Europa, credo che ci sarà sempre chi vorrà rappresentare il Paese dei propri genitori o antenati, perché c’è un grande senso di appartenenza nelle famiglie africane che non va trascurato.
Chiaramente, questa non è una soluzione sostenibile per le nazionali. Esse devono fare affidamento su talenti formati in casa.

Ora spazio a due tematiche più particolari. La prima: dovremmo porre un freno alle peculiarità del calcio africano – come il forte legame che alcuni Paesi hanno con la magia nera o uno stile di gioco più istintivo – o esse possono rappresentare un punto di forza?

Penso che questa sia l’ultima cosa che, forse, cambierei nel calcio africano. La superstizione viene dalla passione. E se togli la superstizione al calcio africano, gli togli la sua vera anima.
La passione è molto più importante, a mio avviso, delle strutture e della tecnica. Voglio dire, con tutto il rispetto, guarda ai club della MLS o dell’A-League: pochissimi titoli nonostante siano tra i Paesi più ricchi delle loro rispettive confederazioni.

La seconda: esiste una forma di razzismo inter-africano tra i popoli del Nordafrica e quelli dell’Africa nera? Se sì, come si manifesta e come possiamo eliminarla?

Credo ci sia una certa forma di razzismo, e questa va in entrambe le direzioni.
Il numero di pregiudizi riferiti a una certa parte di Africa (viaggi nelle giungle dell’Africa centrale, l’insicurezza in Nigeria, l’AIDS nell’Africa meridionale, l’arroganza dei nordafricani, ecc.) è ancora molto alto. Questo influenza molto i pre-partita e contribuisce a creare un clima teso ed elettrico, che non è necessario.
Eliminare questo aspetto è molto difficile. Soprattutto a causa dell’ignoranza (a volte voluta) che regna in tutto il continente. Francamente, io vedo una soluzione solo nella collaborazione tra club e federazioni e nello sviluppo di programmi di scambio tra gli stessi.
Ma, ancora una volta, se non ci sono i mezzi economici, come possiamo aspettarci che i governi investano in questi programmi di scambio? Non lo vedo fattibile.

Come possiamo vedere insieme, ci sono molti aspetti da migliorare notevolmente. Ma in definitiva, il calcio africano potrà mai colmare il gap o questo dipende troppo dalla crescita economica dei singoli Paesi?

Io spero di sì. Ad oggi è molto difficile ed è dimostrato dalle prestazioni nel Mondiale per Club. L’atteggiamento giusto c’è, ma tatticamente e tecnicamente siamo molto inferiori.
Le nostre squadre vengono sconfitte facilmente, e anche quelle volte in cui oppongono maggior resistenza finiscono per perdere.

C’è qualcosa che noi giornalisti possiamo concretamente fare per contribuire a migliorare la situazione?

Continuare a raccontare la verità, senza partecipare a programmi o progetti specifici.
C’è una certa tendenza a mescolare la missione che il giornalista ha di informare alla volontà di “servire” il proprio Paese.
Talvolta le persone seguono troppo “il corso degli eventi” invece di investigare e/o mettere gli altri di fronte alle proprie responsabilità.

Credits
Copertina ©Facebook
Wydad vs. Raja ©Moroccoworldnews.com
Houssine Ammouta ©LeMatin.ma
Foto 3 ©Shock.com