3 emozionanti finaline della Coppa d’Africa

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Morocco team line up (Photo by S&G/PA Images via Getty Images)

Stasera la finale per il terzo posto, una partita sempre piuttosto snobbata dai più, mette in palio il gradino più basso del podio della Coppa d’Africa. Comprensibilmente l’attesa maggiore è rivolta alla finalissima di venerdì sera tra Algeria e Senegal, ma anche la finalina di consolazione tra Nigeria e Tunisia può offrire emozioni indimenticabili e risultare a suo modo memorabile. Non ci credete? Proprio per questo abbiamo selezionato per voi tre finaline della Coppa d’Africa ad alto tasso di pathos, suspense e spettacolo.

  1. Burkina Faso – Repubblica Democratica del Congo 4-4 (8-5 d.c.r) – 1998

In vista della CAN 1998, Louis Watunda, tecnico della Repubblica Democratica del Congo, sorprende tutti e opera delle scelte a dir poco coraggiose. Si affida perlopiù a misconosciuti dilettanti autoctoni, limitandosi a convocare solo cinque professionisti: della comitiva che parte alla volta del Burkina Faso, il Paese deputato ad ospitare la fase finale della rassegna, fanno parte quattro giocatori che militano in Belgio (Bembuana, Simba, Selenge e Tondelua), ed un difensore, Mutamba, d’istanza in Asia. Il campo darà ragione al “Prof” Watunda. Ottenendo i prestigiosi scalpi di Ghana e Camerun, e sbattendo fuori dalla competizione gente come Abedì Pelè e Patrick Mboma, i Leopardi si guadagneranno il meritato appellativo di squadra rivelazione del torneo: i congolesi democratici si arrenderanno solamente in semifinale al Sudafrica. Prima di fare rientro a casa, però, nella finalina di consolazione affrontano a Ouagadougou i beniamini locali della Burkina Faso, nel frattempo uscita con le ossa rotte dall’impatto nell’altra semifinale con lo straripante Egitto futuro campione.

Philipp Trossier, il condottiero degli Stalloni, precettato dal Sudafrica, è all’ultimo giro di giostra sulla panchina burkinabè. I dirigenti sudafricani lo hanno contattato e gli hanno messo sotto il naso una proposta allettante, offrendogli la panchina dei Bafana Bafana all’imminente Mondiale francese: lui ha accettato senza batter ciglio. Questione di stimoli. E casomai denaro. Ma prima, però, c’è da regalare una medaglia di bronzo al Burkina Faso. Sospinti dal calore del pubblico amico, gli Stalloni sono indomabili e paiono poter fare un sol boccone della banda di Watunda. A quattro minuti dal triplice fischio finale il Burkina Faso conduce 4-1 e sembra avere saldo il polso della situazione: le reti di Ouédraogo, Barro, Napon e Tallè, intervallate dall’unico sigillo congolese di Mungongo, costituiscono un solco difficilmente colmabile in una manciata di minuti. O, quantomeno, dovrebbero. Perché poi accade l’imponderabile. Agli Stalloni, fin lì inappuntabili nel comandare e gestire le operazioni, viene il braccino corto e imbizzariscono.

E’ un raptus di follia che costa caro agli arancioverdi. Clamorosamente, e piuttosto rocambolescamente, i Leopardi confezionano la rimonta più stupefacente della storia della Coppa d’Africa: Kasongo approfitta di una sventura presa del portiere e dimezza, Tondelua fa sentire minacciosamente il fiato sul collo ai burkinabè, e infine, ad un minuto dal gong, tocca a Mungongo l’onore di collocare la ciliegina sulla torta, completando di testa un aggancio che ha al contempo dell’assurdo e del miracoloso. Sullo stade Municipal cala una cappa si silenzio e sgomento. Il pirotecnico 4-4 finale rimarrà tale anche dopo i tempi supplementari. In fondo alla favola triste del Burkina Faso si scrive l’unico finale possibile per una storia del genere. Ai rigori i Leopardi, galvanizzati dal’epica rimonta compiuta, sono glaciali e infallibili come cecchini. Fanno centro quattro volte su quattro. Del quinto penalty non c’è nemmeno bisogno: i burkinabè si sono fatti ipnotizzare due volte, consegnando la medaglia di bronzo ai Leopardi.

2. Camerun-Zaire 5-2 – 1972

Ottenuta l’assegnazione dell’ottava edizione della Coppa d’Africa, il Camerun sa di avere addosso gli occhi del continente e, come logico, non ha nessuna voglia di farsi trovare impreparato. Nonostante le insidie annidate in partite sulla carta più che abbordabili, la fase a gruppi si rivela quasi una passeggiata per la truppa del tedesco Peter Schnittger: il Camerun parte col piede giusto, liquidando 2-1 il Kenya nella gara inaugurale, e prosegue approfittando dell’ingenuità di un Togo sciupone per batterlo 2-0 e prenotare un posto in semifinale. L’avversario è il Congo Brazzavile, ma il pubblico camerunense già pensa alla finale e prepara la festa.  Il campo, però, come spesso accade, racconta un’altra storia. Il Camerun soffre oltremodo la maggior brillantezza e vivacità atletica dei congolesi e, alla mezzora, viene sorprendentemente punito da una terrificante staffilata dai trenta metri di Noël Pépé Minga Tchibinda.

Sugli spalti dell’Omnisports, leggermente bagnati da una pioggerellina intermittente, scende il gelo. Nonostante i reiterati assalti alla diligenza rossa, il fortino eretto dai Leoni regge egregiamente e tutti gli attacchi camerunensi finiscono ineluttabilmente per essere rimbalzati da una rocciosa linea Maginot composta da Ndéngaki, Niangou, Ngassaki e capitan Ndoulou. In porta, poi, a fare i miracoli c’è Maxime Matsmima, uno a cui in patria hanno appiccicato un soprannome che è tutto un programma: lo chiamano Yachine (traslitterazione in lingua francese di Jašin). E non a caso.

A cinque minuti dal triplice fischio, in pieno forcing disperato, uno spaventoso colpo al capo mette fuori gioco il capitano camerunense Emanuel Mvè, costringendo i Leoni Indomabili a giocare in inferiorità numerica. Mvè scoppierà a piangere in ospedale quando, riacquistati i sensi, verrà a sapere dell’eliminazione dei propri compagni. È la resa. A Yaoundé si consuma il dramma perfetto. Il Camerun precipita nello sconforto. Fatte le debite proporzioni, un’esperienza simile a quella vissuta dal Brasile dopo il Maracanazo del 1950. Il pubblico, in preda ad uno stato d’animo tra lo scioccato e lo sconsolato, abbandona con la coda tra le gambe gli spalti dell’Omnisports, e non torna per la finale, boicottando bellamente l’ultimo atto tra i congolesi e il Mali. Non, però, la finalina dove il Camerun si riscatterà parzialmente, strapazzando 5-2 lo Zaire dello jugoslavo Vidinić, che due anni dopo si laureerà campione d’Africa e diventerà la prima squadra subsahariana a partecipare ad un Mondiale. Con lo Zaire, il nome indigeno della repubblica Democratica del Congo voluto dal dittatore Mobutu in nome dell’autenticità africana, ci sarà gloria un po’ per tutti gli uomini del tedesco Schnittger. Curiosamente, infatti, a referto si iscriveranno 5 marcatori diversi: Akono, N’Dongo, Owona, Mouthé, N’Doga. Da qual fiasco casalingo nascerà attraverso un decreto presidenziale la mistica dei Leoni Indomabili: per scrollarsi di dosso le scorie della disfatta, secondo Félix Tonye Mbock, l’allora Ministro dello Sport morto lo scorso gennaio, non c’era niente di meglio un soprannome nuovo di zecca, magari il più spaventevole e virile possibile.

3. Algeria-Marocco 1-1 (4-3 d.c.r) –  1988

Nel 1988 la Coppa d’Africa fa tappa in Marocco e i padroni di casa cullano legittime ambizioni di successo. I Leoni dell’Atlante non salgono sul tetto d’Africa dall’ormai lontano 1976, ma l’ottimo Mondiale disputato due anni prima in Messico ha ridato entusiasmo alla comitiva marocchina, regalando una ventata di sfrenato ottimismo per il futuro. Qualcuno, però, si è già montato la testa: “Siamo diventati la squadra da battere nel continente“, gongola Driss Bamous, presidente della federazione marocchina ed ex capitano della storica spedizione messicana del 1970.

Il Marocco può contare su una rosa di assoluto livello. Oltre ad Aziz Bouderbala, premiato come miglior giocatore della kermesse, c’è molto di più: in porta c’è il mitico Badou Zaki, uno dei portieri africani più forti di sempre, mentre sulla trequarti a garantire fantasia ci pensa Mohamed Timoumi; ad Abdelkrim Merry detto Krimau invece è affidato il compito di non lasciare scampo ai portieri avversari.  Eppure i sogni di gloria marocchini si spezzano in semifinale, sgretolati da una prodezza del camerunense Cyrille Makanaky.

I Leoni dell’Atlante, cosi come due anni prima quando in un appassionante finale di consolazione avevo perso 4-3 con la costa d’Avorio di un ispiratissimo Loucien Koaudio, rimangono un’altra volta fuori dal podio. A dare questo dispiacere al Marocco, allenato dal brasiliano convertito all’islam José Faria, stavolta è l’Algeria: al vantaggio marocchino di Hassan Nader replica a tre minuti dal gong Lakhdar Belloumi, allungando la contesa prima ai supplementari e poi ai rigori, dove la spuntano gli algerini. È il prequel di quello che succederà due anni più tardi quando, davanti al pubblico amico di Algeri, la nazionale di Rabah Madjer salirà per la prima e finora unica volta sul tetto d’Africa.

Credits
Copertina ©SBS
Foto 1 ©Anotando Futbol
Doto 2 ©FIFA.com

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