1X1: AZARO VS BADRI E LE SORPRESE DELLA FINALE

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AZARO VS BADRI

Nate entrambe da “moti giovanili” (chi a un tavolino del Café de l’Espérance nel quartiere di Bab Souika a Tunisi, chi fra i banchi delle scuole superiori durante l’occupazione britannica d’Egitto) e chiare incarnazioni dello spirito nazionalista di inizio novecento, Al-Ahly ed Espérance continuano a viaggiare quasi in parallelo a distanza di un secolo o giù di lì.
E se anche le idee tattiche dei rispettivi tecnici combaciano (4-2-3-1 con costruzione del gioco bassa in funzione dello scarico sugli esterni, svelti di gambe e tecnici), trovare delle differenze fra le due finaliste della CAF Champions League 2018 è questione di lana caprina.

Prendete “il diavolo rosso” Walid Azaro e il franco-tunisino Anice Badri, trascinatori dichiarati con un ruolino di marcia praticamente identico (7 reti a 6 per il tunisino e 2 assist a testa, considerando i turni preliminari).

A distinguerli solo la posizione in campo e un percorso di crescita a velocità variabile. Unico figlio maschio di casa, da piccolo Azaro è uno dei ragazzini più ambiti nelle partite di strada di Aït Melloul, un sobborgo a sud di Agadir, la città che gli ha dato i natali nel 1995: un pallone sottobraccio, un amico inseparabile che stravede per lui e un avversario duro da dribblare come suo padre, sempre in posizione avversa rispetto al desiderio di diventare calciatore.
Però, sono proprio la passione per il football e la fiducia estrema del suddetto compagni di giochi, accompagnate dalle rassicurazioni di un collega del padre, nonché allenatore dell’Adrar Union Athletique Souss, a far crollare il veto.

Quando, a 12 anni, entra a far parte delle giovanili del club berbero è piuttosto acerbo sotto tutti i punti di vista, ma ha una determinazione e un feeling con la porta avversaria strepitoso, anche per il rapporto gol/palloni toccati.

Oltre al calcio adoro il biliardo”,

dirà in un’intervista appena sbarcato a Il Cairo. Tappeto verde per tappeto verde, mettere la palla in buca è sempre stato un chiodo fisso, dal club di formazione al Difaâ Hassani d’El Jadida, con cui ha esordito nella massima divisione e sfiorato il titolo marocchino nel 2017. In breve, un centravanti d’area ben attrezzato fisicamente ma non per questo lento nell’azionare le leve, dotato di tempismo e un destro capace di essere sorprendentemente tanto potente quanto delicato.
A voler essere ancora più sintetici una piccola riproduzione di Mauro Icardi all’ombra della Sfinge, sia nel saper capitalizzare al meglio le occasioni, sia nella possibilità di crescita nel dialogo con i compagni.

Un pregio, quello di saper fare da collante, che non manca di certo ad Anice Badri, professione ala destra. I primi insegnamenti li riceve al Lione ma ancora minorenne, a causa discale, è costretto a fermarsi per un anno e rivedere le prospettive. Riparte dall’AS Saint-Priest (stagione 2008-09) e dal Monts d’Or Azergues Foot, un altro piccolo club transalpino che ha saputo forgiare diamanti grezzi come Sidney Govou, Steed Malbranque e Ludovic Giuly, riavvicinandosi al professionismo con il trasferimento al Lille.
Niente da fare, l’impegno non basta e il seme tarda a sbocciare. Il rodaggio con la squadra B non gli consente di acquisire quella continuità di giocata e un ritmo adeguato per la Ligue 1 e così viene girato, prima in prestito e poi definitivamente in Belgio, al Royal Mouscron-Péruwelz.

Con i valloni conquista la massima serie, conservata con un’annata maiuscola e nonostante un problema fisico che lo ha costretto a saltare quasi tutti i play-off II. Nonostante la classifica deficitaria i suoi duetti con Diaby, oggi punta dello Sporting Lisbona, furono fra le chicche della Jupiler Pro League 2014/15: scambi in velocità, servizi sul filo del fuorigioco, contropiedi fulminei come a voler scacciar via anche i vecchi fantasmi.
Insomma, una carriera di sali e scendi che cercherà nella doppia sfida continentale la vetta più alta, proprio dinanzi ai centimetri di Azarou e all’imponenza dell’Al-Ahly.

L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI COULIBALY

E se gli uomini più attesi, nel momento di massima pressione, dovessero fallire? Nessun problema, anche in questo le due migliori compagini d’Africa proseguono in parallelo con un preciso piano di scorta: Coulibaly e… Coulibaly. Gli egiziani, con Mohareb recuperato in extremis e Salah Mohsen genio intermittente, non possono dipendere esclusivamente dalla vena creativa di Walid Soliman e contano di ricevere una mano dalle retrovie, anche in termini caratteriali.

Sì, perché il roccioso Salif Coulibaly quella Coppa l’ha già vinta nel 2015 con la maglia del Mazembe e oggi, con quella rossa addosso, è diventato un vero e proprio spauracchio, anche per i colleghi di reparto avversario, puntuale e continuo nel rubargli il tempo sui calci piazzati, proprio come accaduto qualche giorno fa contro l’Al Wasl in UAFA Cup.
Se difesa e attacco sono i territori di caccia di Salif, l’altro Coulibaly, Fousseny, detta legge in mezzo al campo. Dopo cinque stagioni in Tunisia, nazione per la quale ha chiesto – senza successo – di essere naturalizzato, è pronto a riprendersi il pallino del gioco e tutto ciò che la squadra di Carteron nella passata edizione e i connazionali dell’ASEC Mimosas, un lustro fa, gli avevano sottratto: la gioia di sentire sul petto l’oro di una medaglia.

Prodotto del vivaio della Stella Club d’Abidjan, lo stesso del milanista Franck Kessié, è fra i migliori centrocampisti difensivi della Ligue 1 tunisina, apprezzato per il temperamento e la lucidità nelle varie fasi di gioco:

Mi sono sposato da poco e questo mi ha permesso di essere più responsabile e libero, nella mia testa e in campo”.

Del resto, per imporre il proprio cognome e guardare tutta l’Africa dall’alto al basso ci vuole molto più di due spalle grosse e abili nel reggere gli urti.

Credits
Copertina ©Caf.com
Foto 1 ©Afriquefoot.fr
Foto 2 ©Coaching-foot.com

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